martedì 21 febbraio 2017

Riflettendo: Grazie per esserci

Riflettendo: Grazie per esserci: Oggi ne compio sessanta Oggi compio 60 anni non lo scrivo per aumentare il numero di persone che mi fanno gli auguri, anche se confesso d...

Riflettendo: Slogan, ignoranza, individualismi e politica.

Riflettendo: Slogan, ignoranza, individualismi e politica.: Come sempre il mio amico che mi chiama da qualche paese con fuso  orario molto diverso dal nostro mi  offre l'occasione per una riflessi...

Slogan, ignoranza, individualismi e politica.

Come sempre il mio amico che mi chiama da qualche paese con fuso  orario molto diverso dal nostro mi  offre l'occasione per una riflessione almeno un pochino distaccata. Ma cosa succede in Italia è la domanda che ritualmente (ad ogni "casino") mi viene rivolta.

Ed ogni volta è più difficile rispondere. Ma come può un Paese che negli ultimi 100 e passa anni ha avuto Croce, Malagodi, Don sturzo, De Gasperi, Moro, Spadolini, Nenni, Lombardi, Matteotti, Gramsci, Berlinguer, gli Amendola e ne dimentico un sacco, come può un Paese avere scordato le proprie tradizioni ideologiche, politiche e democratiche?

Cosa ha ridotto il Paese a questo continuo  e decadente rincorrersi di insulti e distinguo? Non abbiamo una destra/destra, non abbiamo una forza davvero liberale, non abbiamo una realtà conservatrice moderna, non abbiamo una forza socialista e riformista, non abbiamo un vero partito  di  sinistra moderno.

Perchè? Io credo che le cause di questo decadimento,  che pare non avere un punto finale, siano da ricercarsi prima di tutto  sulla mancata formazione in grado di avviare una selezione della classe politica italiana.

Quando una trentina di anni  fa (più o meno)insieme a qualche altra persona si  propose alla nascente "cosa della sinistra italiana" di investire in formazione della politica e da quando questa proposta l'ho provata a riproporre un po' a tutti (unica piccola eccezione fu Marcello Dellutri con i suoi circoli, ma presto fu disorientato da altrui interessi), quando  proposi a tutte le forze politiche di investire in formazione (economica, sociale, politica, giuridica, amministrativa, imprenditoriale) avevo chiaro in mente il rischio che la politica avrebbe  corso senza un vero e serio investimento in formazione (e una conseguente scelta di  selezione per merito e non per appartenenza).

La scelta di tutti, invece, è stata quella di investire nel "marketing" nel "brand" negli slogan più o meno efficaci. Siano questi legati al mondo tradizionale (la sinistra) dei  congressi  e dei convegni, sia un po' più moderna (il cdx berlusconiano) con le tv e gli altri media, sia un po' più avanti come il "movimentista" grillo, tutti hanno scelto  di investire nel "comunicare" ad effetto senza curarsi ne' della possibilità di realizzare i progetti comunicati, ne' delle leve da agire per poterli affermare.

A questa deriva di  involuzione culturale si è associata una forsennata scelta di collegare idee, slogan, proposte politiche all'uomo forte(per ora il genere femminile è rimasto marginale sebbene qualche tentativo si è visto con la Meloni). L'individuo/capo come garanzia della fattibilità di ogni progetto (velletario o concreto che fosse). E con l'individualismo si è persa la cultura della critica, del confronto, del "fare sistema".

Il capo si circonda esclusivamente di yes man/woman che celebrano il capo fino a quando il capo mantiene lo scettro del comando. E il capo guida come un monarca i partiti. Una leadership così strutturata non prevede confronti congressuali reali e, quindi, evita la necessità di carotare contenuti o idee. E via con gli slogan sempre più roboanti e autoreferenziali. Quello che una volta si chiamava arco costituzionale, ormai è un pullulare di personaggi autoreferenziali incapaci di dare un senso politico al loro agire e prontissimi a presentarsi sul palco attraverso distinguo sempre più urlati e sempre meno utili a qualsiasi idea di costruzione. Coerenza, ascolto, memoria, concretezza, solidarietà sono termini che non si possono associare a questa classe politica mediamente ignorante e oggettivamente nella maggioranza dei suoi esponenti scarsa.

Come sempre aspetteremo di arrivare in fondo al barile ed intanto il Paese soffre e va alla deriva su tutti i fronti malgrado i tanti che, giorno per giorno, nei propri ruoli di responsabilità (grande o piccola) continuano a remare faticosamente per tenerlo a galla.

martedì 24 gennaio 2017

Grazie per esserci

Oggi ne compio sessanta

Oggi compio 60 anni non lo scrivo per aumentare il numero di persone che mi fanno gli auguri, anche se confesso di provare grande piacere nel ricevere auguri.
Scrivo perché ho voglia di condividere con le persone che mi vogliono bene un evento per me importante. Non è importante per i 60 anni perché, come sempre, il compleanno è una data di passaggio come dire, obbligata ed ognuno è importante allo stesso modo.
È importante per me condividere la felicità e la gioia che provo nel esserci arrivato a questo “traguardo”.
In sostanza, vorrei condividere con le persone che mi vogliono bene il mio stato d'animo, convinto che proprio perché mi vogliono bene potranno trarre un po’ di gioia condividendo la mia felicita nell'essere arrivato ad oggi.
Va fatta prima di tutto una premessa. Chi deve affrontare una malattia impegnativa come è il cancro reagisce in tanti modi, ma c'è una costante che accomuna tutte le persone che affrontano questo problema. Questa costante è il guardare avanti ponendosi di  fronte a alcuni “grandi quesiti” che si riassumono sempre nella domanda  “arriverò a….” e poi ognuno ci aggiunge una data che per lui o per lei ha un significato, rappresenta una meta, un desiderio, un sogno. Il fatto stesso di porsi questo genere di quesiti mette in chiaro che un cancro modifica, comunque, l’approccio al vivere permettendo (in un certo senso regalando) nuovi punti di vista e nuove (forse più appropriate) prospettive.
Nel mio caso le date erano due la prima era la laurea di Betty la seconda era oggi.
Nel primo caso ero consapevole che la data importante non prevedeva necessariamente la mia presenza. Betty ci sarebbe comunque arrivata anche senza di me. Era un mio desiderio arrivarci e partecipare ma quell’evento ci sarebbe stato comunque indipendentemente dalla mia presenza.
Nel secondo caso il mio stare in vita sarebbe stato “determinante” perché l’evento-obiettivo potesse realizzarsi.
Quindi arrivare ad oggi era un punto di riferimento importante. Chi mi ha voluto bene e chi mi vuole bene, in questi mesi mi è stato vicino e per questo mi sembra giusto affermare e vivere questa mia gioia insieme a queste importanti (fondamentali risorse del mio vivere).
Nel farlo però ho pensato che fosse importante provare ad aggiungere qualche cosa alla, seppur importante,  condivisione della gioia.
Intendo dire che, anche in un momento come questo, può risultare utile “condividere” qualche ulteriore riflessione.
Naturalmente mi rendo conto che questo mio pensiero vada un po' oltre la condivisione di una gioia e, quindi, penso che a questo punto della lettura del post, possa essere del tutto naturale perdere l'interesse a ciò che cerco di trasmettere. So che ii miei pensieri  sono, come al solito, un po’ prolissi e pallosi.
Però fa parte un po' della mia personalità provare comunque a fissare un pensiero.
In questo caso quello che ho pensato di condividere nasce da una domanda che spesso mi sono sentito porre in questi mesi da molte persone con le quali ho trascorso momenti e ho condiviso questa fase della mia vita.
La domanda era : “ma come si fa ad affrontare certe situazioni e in particolare la malattia che nel nostro inconscio genera paura ed è associata ad una condanna, come fai tu, sorridendo, e con una manifesta serenità?”.
Ho riflettuto a lungo su questa domanda o su quesiti simili. In realtà non esiste una risposta specifica, però mi sono reso conto che “il come si fa” può collegarsi in modo diretto a quello che, da sempre, mi accompagna anche nella mia vita professionale, sostenendo le poche cose che cerco di trasmettere anche ai miei studenti.
Il tema è un po' complesso anche se in realtà si associa a concetti abbastanza banali.
In sostanza la mia attuale e felicità non è  che uno stato di vita che mi ha sempre accompagnato e rappresenta il risultato di alcune piccole “consapevolezze” ossia, prima di tutto, il credere che la vita, sia personale sia professionale, e quindi sia quella del singolo,sia quelle delle delle imprese, possa essere affrontata partendo da alcune considerazioni di base e rispettando qualche piccola regola.
Tra i “concetti” base rimane fondamentale quello della “condivisione”, ossia di muoversi cercando di vivere insieme agli altri le proprie esperienze cercando sempre quegli equilibri difficili da trovare che rafforzano la “comunione” di intenti, di comportamenti ma anche di tempi e modi dell’agire.
Essere uno solo nella consapevolezza di poterlo essere insieme ad altri/altre è un modo fondamentale sia per rafforzare il proprio agire, sia per cercare di non esasperare nell’agire il proprio punto di vista riconoscendo idee, spazi, interessi, aspettative, esigenze degli altri. E’ una sfida difficile ma strepitosamente vincente e gratificante. Io credo di potere dire che valga sempre, dal rapporto stretto con chi condivide ogni giorno la componente personale/affettiva della vita a quello meno continuativo, ma altrettanto significativo dei vari “compagni di strada” con i quali si condividono percorsi più o meno lunghi di vita anche nel campo professionale.
Credo sia altrettanto interessante associare un altro concetto che sto mettendo nero su bianco con una piccola considerazione, che potremmo definire di natura accademica, e che mi porta ad esplicitare (e condividere)un altro elemento del mio vivere.
La mia vita nel mondo dell'Accademia trascorrere serenamente nella più assoluta situazione di anonimato e di mancanza di formali riconoscimenti da parte del sistema a cui, più o meno impropriamente, appartengo.
Sono consapevole di questa assoluta marginalità che mi ha accompagnato praticamente da sempre.
Non nego che la cosa mi abbia addolorato, sia perché mi ha messo di fronte a una valutazione che, esprimendo un non  interesse e non apprezzamento per ciò che ho fatto/detto/scritto, mi ritornava un giudizio negativo sul mio fare parte di questo mondo.
Sia perché, inutile negarlo, mi è spesso risultato difficile non riflettere su alcune “carriere“ decisamente lontane da ciò che nella mia testa rappresentava un merito accademico.
Devo anche sottolineare come, in modo forse non propriamente intriso di umiltà, ho continuato, spesso mettendomi in profonda discussione, a portare avanti le mie considerazioni e le mie idee legate al tema che sto trattando.  
Sinceramente devo anche dire che in questi più di 35 anni il mondo dell'Accademia mi ha regalato la gioia legata al giudizio che più conta, secondo me, per chi tenta di trasmettere qualche contenuto.
Mi riferisco ai miei studenti e alle mie studentesse il cui affetto, che dura nel tempo, compensa ampiamente quel senso di marginalità che il sistema accademico mi ha regalato.
La considerazione di natura accademica nasce dal fatto che nell’affrontare il quesito a cui vorrei provare a rispondere devo richiamare uno dei concetti base del mio “provare ad insegnare qualche cosa”, ossia quello che caratterizza l'approccio al vivere “opportunità” in ogni sfida ed in ogni crisi.
Per tanti anni questo concetto/pilastro per me rilevante mi ha visto, come dire, un po' irriso dal mondo accademico che faceva molta fatica ad accettarne il significato è che, nella sostanza, l'ha sempre rigettato.
Oggi come per altri concetti altrettanto importanti (almeno per me), non riconosciuti e rigettati, trovo, con una certa sistematicità richiamato il tema della resilienza in articoli o manuali che parlano di management. Ed è' proprio l'approccio resiliente che riassume quel pilastro di cui vorrei parlare.
Credo che la vita rappresenti una grande opportunità in tutte le sue sfaccettature.
Certo quel richiamo alla felicità con la quale oggi faccio i conti nel momento in cui posso festeggiare la tappa dei 60 anni, non può dipendere esclusivamente dalla propensione ad affrontare il vivere, con le sue sfide, sempre e comunque basandosi sulla volontà di cogliere le opportunità che il vivere offre.
Non basta cercare costantemente una strada che porti ad arricchire il nostro partecipare al vivere.
Non basta fare tesoro delle esperienze nella convinzione che ogni tassello esperienziale rappresenti un mattone significativo del vivere.
Non basta nemmeno interpretare ogni momento ed ogni esperienza attraverso il filtro positivo, quello che nel gergo, semplicemente ed efficacemente, viene rappresentato con il bicchiere mezzo pieno.
Non basta nemmeno avere la consapevolezza di come ciò che stiamo vivendo potrebbe essere diverso (peggiore) di quanto oggettivamente sia.
Non basta, quindi, oggettivamente, vivere basandosi su questa modalità. Anche se in questo modo credo si possano determinare occasioni e si faciliti il vivere, cogliendone più efficacemente le potenzialità.
Io credo che, comunque, sia questo il “segreto” che, in qualche modo, può portare alla una risposta alla domanda che spesso mi è stata posta.
A questa considerazione di metodo ne aggiungo un’altra che, ugualmente, penso/spero possa aiutare a condividere un’esperienza e uno stato di felicità. Lo spunto me l’ha dato una canzone di Bob Dylan che,  inaspettatamente, mi ha mostrato un altro tassello del mio approccio al vivere.
Un altro pilastro che, con l'esperienza degli anni, ho imparato a rispettare (a volte con una certa fatica/sofferenza) per sostenere questo mio modo di vivere e che vale, a mio avviso, ancora una volta sia a livello personale sia a livello professionale.
Ho imparato che dobbiamo essere capaci di dire addio e non arrivederci a persone o situazioni che per motivi più disparati non sono compatibili con il nostro vivere, le nostre aspettative, le nostre emozioni.
Ho imparato che una volta verificato è messo anche in discussione un pensiero o un valore, il trovarsi in conflitto o sentirsi traditi o subire una distanza, richieda la capacità di tagliare e cancellare sia il rapporto sia le considerazioni che amaramente il rapporto negato o fallito porta con sè. 
Non serve, non aiuta e non fa bene provare a pensare ad un “arrivederci”. Si può e si deve “imparare” da ciò che l’incontro (o l’esperienza) ha offerto (nel bene o nel male) ma se l’incontro o l’esperienza ha generato negatività va chiuso escludendo un secondo incontro.
Associando al pilastro della resilienza questo ne deriva però l'esigenza di fare tesoro di quanto vissuto ossia non subirne solo gli effetti negativi ma “apprendere” sempre e comunque. Anche il credere nella possibilità (necessità) di apprendere, penso sia un altro importante pilastro che mi ha aiutato e mi sostiene nel mio vivere felice.
E qui concludo questa riflessione, ci sono arrivato e ora, prima di pormi altri obiettivi del vivere ho voglia di “godere” e di “condividere” il piacere di questo esserci felicemente ed in grado di assorbire con gioia quello che la vita e le persone intorno a me mi regalano quotidianamente.
Non sono felice "malgrado" perché ogni malgrado brucia e riduce la chimica generata dalla felicità.
Sono fortunato per un numero importante di motivi, ma soprattutto per quello che quotidianamente raccolgo attraverso le più disparate esperienze. Sono fortunato perché ogni giorno posso sorridere e condividere il sorriso con chi mi vuole bene.
Sono fortunato perché ogni giorno ho vicino a me persone da ascoltare, da cui imparare, persone con cui discutere e confrontarsi, ma anche persone che mi offrono l'opportunità di provare ad "insegnare" qualche cosa.
Sono fortunato per l'amore che ho attorno a me e per quello che riesco a vivere.
Sono fortunato perché posso coltivare il ricordo di chi non c'è più consapevole di quanto queste persone valgano e siano dentro e con me..

Ho un numero incredibile di grazie da rivolgere a chi, in vario modo, mi è vicino e ho provato a farlo rendendo chi mi vuole bene partecipe del mio essere felicemente arrivato a questa meta.