domenica 30 gennaio 2011

Convegno sulla meritocrazia 1o febbraio 2011

Ore 10 unindustria bologna via San Domenico 4
apertura dei lavori Andrea Palladini
Presidente giovani imprenditori di unindustria Bologna

Illustrazione del progetto Meritocrazia
GianGuido Riva

A Confronto
Alberto Meomartini (presidente commissione Università di Confindustria)
Susanna Camusso (Segretaria generale CGIL)
Ivano Dionigi (Magnifico Rettore Università degli studi di Bologna)
Sergio Nava (Giornalista di Radio 24 - il sole 24 ore)

Coordina
Mario Mazzoleni (Università degli studi di Brescia/bologna)

chiusura dei lavori
Federica Guidi (Presidente dei giovani industriali di Confindustria)

sabato 15 gennaio 2011

mirafiori

Lo spoglio è terminato i commenti iniziano a farsi strada sui media. Saremo alle solite? Parole, parole, parole. Contrapposizioni, vittorie proclamate e sconfitte attributie. Speriamo questa fase passi velocemente perchè questa vicenda merita altro che i bla bla bla di molti (troppi). Non ha importanza andare a cercare vincitori o sconfitti, penso che l'unica strada matura che un Paese possa seguire sia quella di considerare questo ultimo mese come una tappa di un percorso da seguire per cambiare sul serio. Credo sia innegabile (che faccia piacere o meno) che questa vicenda possa rappresentare il capolinea di un sistema economico maturo e la prima pietra per sfidarsi nella realizzazione di un modello sociale e produttivo nuovo.
Di fronte a noi abbiamo la sfida chiara che si è palesata nell'ultimo mese, cercare una via che possa assicurare ad un paese occidentale con una sua cultura consolidata, una sua pesante tradizione compromissoria e una drammatica tendenza al "io speriamo che me la cavo" opportunità di sviluppo anche sul fronte della produzione e persino su quella old metalmeccanica.
Le parole chiave del mondo produttivo sono note, produttività, efficienza, innovazione, qualità, costi. La sfida era e rimane quella di coniugare la necessaria ricerca di obiettivi imprenditoriali (che, a differenza di quanto blaterato in questi giorni non possono essere semplicemente ascritti ad una logica di "super profitto" ma che ormai rappresentano le condizioni per assicurare all'impresa stessa la possibilità di generare quel valore che permetta di vivere, sopravvivere, investire, attirare risorse - da remunerare - innovare, consolidare e magari creare posti di lavoro) con l'assoluta necessità di riconoscere il ruolo del lavoro, dei lavoratori e preservarne dignità e condizioni di vita. E' possibile? Penso di si. Lo leggo dai report che arrivano da altri paesi dell'occidente che hanno seguito questa strada prima di noi, lo leggo dalle interviste a sindacalisti tedeschi, americani e francesi. Lo leggo attraverso gli indicatori di imprese degli stessi settori che hanno saputo mettere in discussione il "vecchio" senza forzare l'equilibrio tra istanze imprenditoriali e diritti. Lo leggo anche attraverso la rilettura del tanto discusso (e poco letto) accordo di mirafiori. A mente fredda si può riprendere l'accordo e cercare di trovare adeguate soluzioni laddove l'equilibrio non c'è, ci sono possibilità di muovere verso la produttività richiesta anche cercando insieme soluzioni diverse, ci sono opportunità per migliorare (persino) le stime di recupero di produttività cercando insieme e sfidando insieme i buchi neri dell'inefficienza. Sinceramente, solo per fare un esempio semplice, i primi ad avere interesse affinchè i dati sull'assenteismo siano ripuliti dall'assenteismo di comodo - alto, davvero alto - dei post festivi e delle post ferie, sono i lavoratori non solo per scalfire il "modello furbetti" ma, soprattutto, per depurare i dati dell'assenteismo stesso da queste forzature e cercare di spingere l'azienda a cogliere le ragioni concrete che possono generare assenze e disaffezione. Allo stesso modo il tema delle pause depurato dalla demagogica contrapposizione sui 10 minuti deve essere affrontato andando ad individuare oggettivamente i dati che giustificano l'esigenza - non necessariamente per tutte le linee - di intervalli nei processi produttivi per evitare il manifestarsi di patologie da "uso" che hanno una loro rilevanza e scientificità. Ancora il tema dei turni e degli straordinari o quello della destinazione del valore aggiunto devono essere ripresi per coglierne le necessità, ma anche per individuare occasioni di crescita e di condivisione che l'accordo ha completamente evitato di ricercare.
A chi tocca ora agire? Temo che gli attori in campo ad oggi si siano caricati di fardelli "dialettici" e "relazionali" pesanti e che difficilmente li potranno rendere agili nell'affrontare il post 14 gennaio.
I sindacati firmatari si sono annullati nel sottoscrivere "acriticamente" l'accordo e nel sostenere (in modo decisamente a-sindacale) la creazione di un tavolo delle relazioni industriali "ad escludendum". Marchionne e Fiom sarebbero nelle condizioni di mettersi in gioco, forti il primo del risultato comunque orientato a sostenerne gli sforzi e portando in dote il famoso miliardo di risorse nuove da investire nello stabilimento, Fiom per l'oggettivo messaggio di "resistenza" e di volontà di preservare il presidio dei diritti che i lavoratori hanno lanciato dalle urne di mirafiori e per il risultato che comunque dimostra il riaffacciarsi di una disponibilità dei lavoratori a ritornare ad "occuparsi" del proprio destino (non dimentichiamoci mai del basso livello di sindacalizzazione dello stabilimento di mirafiori per il settore di appartenenza).
Il governo non ha avuto ruolo, sia per incapacità politica oggettiva di questo governo (non è presente su tutti i tavoli di innovazione, di riorientamento economico e sociale, quindi non deve sorprendere che non lo fosse nemmeno in questa partita), sia perchè il ministro delegato alla partita come tutti i "convertiti" ha dimostrato la tendenza ad andare oltre i principi di riferimento della religione che ha abbracciato. L'integralismo del ministro Sacconi e l'assoluta rinuncia a giocare un ruolo attivo e produttivo nella vicenda hanno quasi creato i presupposti dello scontro e della "rottura", la posizione pro accordo che il governo (anche per bocca del presidente del consiglio persino attraverso una scivolata istituzionale come la "copertura" delle minacce di Marchionne) ha oggettivamente peggiorato il confronto ed quasi del tutto eliminata la possibilità di rendere credibile un intervento di mediazione da roma. La politica ha perso una buona occasione per cercare di limitare i propri torrenziali e superficiali modelli di contrapposizione (con l'unica vera conseguenza di non riuscire ad immaginare un soggetto politico in grado di avere una posizione univoca e utile per il dialogo, tra gli zerbinaggi della destra, le dichiarazioni da stadio di qualche centrosinistristra di vecchia e di nuova leva e le demagogiche sparate di chi fa delle sparate la propria ragion d'essere ).
Rimangono due donne. Camusso e Marcegaglia, diverse, distanti, ma entrambe dotate di doti che possono permettere loro di "chiamare" il tavolo. Le esigenze reciproche sono chiare, le possibilità di "contemperare gli interessi" anche (l'assurdo di questa vicenda è proprio nella possibilità di trovare punti di mediazione e di razionalizzazione utili, efficaci e condivisibili), abbiamo bisogno di attori del cambiamento e di coraggio. Mi piacerebbe che la sfida aperta fosse vinta affermando un primato di genere!