sabato 9 aprile 2011

Dalla Santanchè al Razzismo due settimane di fuoco

Dopo due settimane mi trovo a riflettere sulle due vicende che mi hanno visto "protagonista" pubblico. La prima legata alla dichiarazione falsa della sottosegretaria Santanchè in merito alla sua partecipazione al master bocconi nel 1993. La seconda legata ai fatti di razzismo che hanno colpito la giocatrice della Bracco Geas mercoledì sera a Como.
A parte la difficoltà di accettare il pressing mediatico legato a questi due eventi (in fondo ho solo cercato di dire la verità. di fare ragionare le persone, di sostenere un approccio etico e onesto ai temi trattati), vorrei provare a trovare qualche elemento di collegamento tra questi due episodi (al di la del fatto che mi hanno "rovinato" il profilo in internet costruito con 31 anni di "duro" lavoro).
Il primo punto di contatto è quello morale.
Credo che il nostro Paese, la nostra Società sia lontana ormai dal rispetto di qualsiasi regola etica o morale e che si vedano sempre più comportamenti tesi ad affermare la liceità di azioni "non etiche" "non corrette" "condannabili anche formalmente e penalmente".
Dichiarare sul sito del governo nel proprio cv di avere frequentato un master è un falso, un falso che dovrebbe avere (in un paese normale) effetti sia "sociali" sia "formali". Invece non succede nulla, la dichiarazione falsa rimane sul sito, nessuno sembra interessarsi più della cosa e il rispetto etico e morale sembra non avere alcuna rilevanza per tutti noi.
Dare della scimmia e della sporca negra, sputare addosso e altre amenità del genere ad un essere umano colpevole di avere una pelle diversa da quella di un gruppo di mentecatti, viene etichettato come "atto di maleducazione" "alterco" etc etc. Per potere condannare l'atto come razzista si impiegano due giorni con (come scrive il corriere della sera) la mediazione del presidente regionale del Coni.
Oltre all'aspetto morale un altro punto di contatto è dato dall'invalsa modalità di gestire la comunicazione cercando di manipolarla e di "violentarla".
Nel caso Santanchè la sottosegretaria dopo avere dichiarato il falso (e ripetuto continuamente) migliora la sua modalità comunicativa prima invitando tutti ad andare a leggere sul dizionario cosa vuol dire in lingua inglese Master come se il termine Master (che tra l'altro può anche dire sopraffare) potesse in qualche modo rappresentare il viatico per affermare che un corso generico possa chiamarsi master ignorando prima, e non confrontandosi poi, con i richiami alle norme, agli enti certificatori, persino a quanto dichiarato dall'università Bocconi. Non contenta la signora in questione cambia ancora versione chiamando il "master" un corso di specializzazione indorando la sua rappresentazione parlando di un diploma, di un anno di corso e via di questo passo. Ignorando, prima, e non prendendo in considerazione poi, il fatto che le venga spiegato che il corso in questione era un corso di perfezionamento, ad accesso libero (senza esami), per laureati e non, della durata di 24 giorni senza alcun esame barriera prima e durante il corso, che a livello nazionale e internazionale i "corsi di specializzazione" sono erogati secondo rigide procedure dalle università e controllate dal ministero (ossia dal governo di cui Lei in questo momento è membro).
L'informazione comunque si gestisce falsa, forzata, indifendibile, senza supporti ma si continua a sostenere alla fine la convinzione è che diventi vera.
Nel caso razzismo si cerca la stessa strada. Si nega l'atto razzista non confrontandosi con questo, semplicemente si parla di altro, si parla di maleducazione, di atteggiamenti non professionali della giocatrice, di scambi di insulti, di male parole. Creando una nebbia informativa che vuole coprire la gravità dell'atto (o forse peggio non cogliendone la gravità finisce con il coprirlo) andando, oltre che a cadere nella trappola del non identificare il fenomeno razzista, di "legittimarlo" oltretutto forzando la realtà. Dire che una giocatrice non è professionale e che con i suoi comportamenti "aizza" o "va sullo stesso piano" di chi le da della negra (sporca) e scimmia, non solo mette in luce drammaticamente una mancanza di sensibilità di fronte alla gravità dell'attacco, ma si espone al ridicolo andando ad ipotizzare che chi è la causa dell'aggressione razzista sia un effetto della stessa (come dire i razzisti "sapevano" e "vanno giustificati perchè sapevano" che la giocatrice avrebbe alla fine della partita cercato di reagire agli insulti, quindi tentando di reagire e comportandosi da non professionista è la vera causa o concausa del fenomeno razzista). Ragionamento drammatico che, alla fine, nega il razzismo e lo confina tra i classici rapporti causa ed effetto (facile per me pensare alle persecuzioni razziali nei confronti del popolo ebreo "giustificate" dalla cultura "commerciale e affarista dello stesso" che tante volte abbiamo letto nei libri di storia).
Terzo tema che accomuna le due "storie" è quello legato al dispiegarsi delle ali legate al ruolo di potere.
Nel primo caso in modo arrogante la Santanchè comunica e viene sostanzialmente lasciata comunicare attraverso molti siti e nessuno sembra volerla mettere davvero spalle al muro. La stessa Bocconi non interviene a spada tratta a difesa dei proprio Master, il docente che l'ha avuta (per un corso di 24 giorni) senza problemi si limita a non dire, non chiarire, senza nemmeno avere di che guadagnare da questa sua posizione un poco "debole": il potere è il potere che chiami o che sia solo ostentato sembra che ottenga i suoi effetti narcotizzanti.
Nel caso di razzismo avviene la stessa cosa, gli arbitri pur richiamati durante il match non intervengono, e pure messi di fronte alla necessità di togliere dal campo la giocatrice insultata, non fanno nulla ne' prendono provvedimenti. Lo stesso il commissario di campo al quale personalmente ho fatto "vedere" la presenza sul campo di personaggi diciamo poco raccomandabili, "dimentica" di scrivere. Così il giorno dopo le sentenze disciplinari penalizzano due squadre per uso di tamburi e nulla hanno da dire sugli episodi razzistici. Anche in questo caso il potere non necessariamente deve avere agito per "nascondere", esiste ed esistendo azzera i referti. Ancora la mancata cronaca sui giornali locali degli avvenimenti, non una riga, nemmeno una nota su un evento che per la sua gravità e, oggettivamente, per la sua potenzialità mediatica ha valore. Tutto ignorato, nessuna censura ovviamente, si ignora.
Molte di queste motivazioni ci portano a riflettere intorno al tema "cultura", manca la cultura della prevenzione-difesa di fronte al razzismo,manca cultura di fronte a queste aggressioni, all'etica, alle regole, manca attenzione il senso della verità e trionfa l'alibi (si sa che si chiama master, si sa che una professionista non deve offendersi ne' reagire), manca infine molta dignità in questo paese.
Per concludere trovo però giusto sottolineare un elemento di grande differenza tra i due casi.
Ed è una differenza che rende il secondo aggredibile e superabile, il primo invece solo paradigmatico di una condizione sociale consolidata.
E'il fatto che la sottosegretaria sa benissimo di millantare e di non avere alcun diritto a dichiarare di avere seguito un Master alla bocconi, mentre i protagonisti dell'episodio di razzismo (o meglio coloro che non hanno saputo coglierne il cuore e gestirne il deflagrare) hanno sicuramente agito anche attraverso un filtro che li ha portati a non sapere di avere torto. Vari elementi hanno, a mio avviso influito su questa "percezione", il primo è sicuramente l'impreparazione (che però non può essere ascritta solo a como, ma che avrebbe messo in difficoltà chiunque proprio perchè a como come in qualsiasi altro palazzetto il tema razzistico non fa capolinea) a gestire la crisi. A ciò si può tranquillamente associare l'effetto sconfitta che, certo, non ha aiutato ad essere lucidi (ma solo chi fa sport a questi livelli può comprendere l'effetto morfina che una sconfitta può generare sui neuroni). Infine credo abbiano giocato pesantemente contro due altri elementi. Il primo connesso ad una diffusa sottovalutazione del fenomeno (che nasce anche dal fatto di vivere in un contesto o che non lo vive o che se lo vive l'ha un po' metabolizzato), il secondo una certa dose di prevenzione negativa da parte del presidente della comense nei confronti del sottoscritto non credo in quanto persona ma (temo) in quanto presidente della mia squadra (prevenzione accompagnata da un'assoluta mancanza di disponibilità di ascolto che mi ha impedito di tamponare sul nascere il casino).
Detto questo ho imparato che si può ancora tentare di non voltare la testa dall'altra parte, ma che è davvero difficile farlo e faticoso gestirlo. Speriamo almeno serva.

domenica 13 febbraio 2011

Meritocrazia: Il video

La Rivoluzione del Merito

Giovedì 10 Febbraio abbiamo partecipato al convegno "la Rivoluzione del Merito" da questo blog è possibile seguire e iscriversi al Blog che d'ora in avanti raccoglierà idee, proposte, riflessioni, discussioni sul tema della meritocrazia. Da subito è possibile scaricare il video introduttivo.

domenica 30 gennaio 2011

Convegno sulla meritocrazia 1o febbraio 2011

Ore 10 unindustria bologna via San Domenico 4
apertura dei lavori Andrea Palladini
Presidente giovani imprenditori di unindustria Bologna

Illustrazione del progetto Meritocrazia
GianGuido Riva

A Confronto
Alberto Meomartini (presidente commissione Università di Confindustria)
Susanna Camusso (Segretaria generale CGIL)
Ivano Dionigi (Magnifico Rettore Università degli studi di Bologna)
Sergio Nava (Giornalista di Radio 24 - il sole 24 ore)

Coordina
Mario Mazzoleni (Università degli studi di Brescia/bologna)

chiusura dei lavori
Federica Guidi (Presidente dei giovani industriali di Confindustria)

sabato 15 gennaio 2011

mirafiori

Lo spoglio è terminato i commenti iniziano a farsi strada sui media. Saremo alle solite? Parole, parole, parole. Contrapposizioni, vittorie proclamate e sconfitte attributie. Speriamo questa fase passi velocemente perchè questa vicenda merita altro che i bla bla bla di molti (troppi). Non ha importanza andare a cercare vincitori o sconfitti, penso che l'unica strada matura che un Paese possa seguire sia quella di considerare questo ultimo mese come una tappa di un percorso da seguire per cambiare sul serio. Credo sia innegabile (che faccia piacere o meno) che questa vicenda possa rappresentare il capolinea di un sistema economico maturo e la prima pietra per sfidarsi nella realizzazione di un modello sociale e produttivo nuovo.
Di fronte a noi abbiamo la sfida chiara che si è palesata nell'ultimo mese, cercare una via che possa assicurare ad un paese occidentale con una sua cultura consolidata, una sua pesante tradizione compromissoria e una drammatica tendenza al "io speriamo che me la cavo" opportunità di sviluppo anche sul fronte della produzione e persino su quella old metalmeccanica.
Le parole chiave del mondo produttivo sono note, produttività, efficienza, innovazione, qualità, costi. La sfida era e rimane quella di coniugare la necessaria ricerca di obiettivi imprenditoriali (che, a differenza di quanto blaterato in questi giorni non possono essere semplicemente ascritti ad una logica di "super profitto" ma che ormai rappresentano le condizioni per assicurare all'impresa stessa la possibilità di generare quel valore che permetta di vivere, sopravvivere, investire, attirare risorse - da remunerare - innovare, consolidare e magari creare posti di lavoro) con l'assoluta necessità di riconoscere il ruolo del lavoro, dei lavoratori e preservarne dignità e condizioni di vita. E' possibile? Penso di si. Lo leggo dai report che arrivano da altri paesi dell'occidente che hanno seguito questa strada prima di noi, lo leggo dalle interviste a sindacalisti tedeschi, americani e francesi. Lo leggo attraverso gli indicatori di imprese degli stessi settori che hanno saputo mettere in discussione il "vecchio" senza forzare l'equilibrio tra istanze imprenditoriali e diritti. Lo leggo anche attraverso la rilettura del tanto discusso (e poco letto) accordo di mirafiori. A mente fredda si può riprendere l'accordo e cercare di trovare adeguate soluzioni laddove l'equilibrio non c'è, ci sono possibilità di muovere verso la produttività richiesta anche cercando insieme soluzioni diverse, ci sono opportunità per migliorare (persino) le stime di recupero di produttività cercando insieme e sfidando insieme i buchi neri dell'inefficienza. Sinceramente, solo per fare un esempio semplice, i primi ad avere interesse affinchè i dati sull'assenteismo siano ripuliti dall'assenteismo di comodo - alto, davvero alto - dei post festivi e delle post ferie, sono i lavoratori non solo per scalfire il "modello furbetti" ma, soprattutto, per depurare i dati dell'assenteismo stesso da queste forzature e cercare di spingere l'azienda a cogliere le ragioni concrete che possono generare assenze e disaffezione. Allo stesso modo il tema delle pause depurato dalla demagogica contrapposizione sui 10 minuti deve essere affrontato andando ad individuare oggettivamente i dati che giustificano l'esigenza - non necessariamente per tutte le linee - di intervalli nei processi produttivi per evitare il manifestarsi di patologie da "uso" che hanno una loro rilevanza e scientificità. Ancora il tema dei turni e degli straordinari o quello della destinazione del valore aggiunto devono essere ripresi per coglierne le necessità, ma anche per individuare occasioni di crescita e di condivisione che l'accordo ha completamente evitato di ricercare.
A chi tocca ora agire? Temo che gli attori in campo ad oggi si siano caricati di fardelli "dialettici" e "relazionali" pesanti e che difficilmente li potranno rendere agili nell'affrontare il post 14 gennaio.
I sindacati firmatari si sono annullati nel sottoscrivere "acriticamente" l'accordo e nel sostenere (in modo decisamente a-sindacale) la creazione di un tavolo delle relazioni industriali "ad escludendum". Marchionne e Fiom sarebbero nelle condizioni di mettersi in gioco, forti il primo del risultato comunque orientato a sostenerne gli sforzi e portando in dote il famoso miliardo di risorse nuove da investire nello stabilimento, Fiom per l'oggettivo messaggio di "resistenza" e di volontà di preservare il presidio dei diritti che i lavoratori hanno lanciato dalle urne di mirafiori e per il risultato che comunque dimostra il riaffacciarsi di una disponibilità dei lavoratori a ritornare ad "occuparsi" del proprio destino (non dimentichiamoci mai del basso livello di sindacalizzazione dello stabilimento di mirafiori per il settore di appartenenza).
Il governo non ha avuto ruolo, sia per incapacità politica oggettiva di questo governo (non è presente su tutti i tavoli di innovazione, di riorientamento economico e sociale, quindi non deve sorprendere che non lo fosse nemmeno in questa partita), sia perchè il ministro delegato alla partita come tutti i "convertiti" ha dimostrato la tendenza ad andare oltre i principi di riferimento della religione che ha abbracciato. L'integralismo del ministro Sacconi e l'assoluta rinuncia a giocare un ruolo attivo e produttivo nella vicenda hanno quasi creato i presupposti dello scontro e della "rottura", la posizione pro accordo che il governo (anche per bocca del presidente del consiglio persino attraverso una scivolata istituzionale come la "copertura" delle minacce di Marchionne) ha oggettivamente peggiorato il confronto ed quasi del tutto eliminata la possibilità di rendere credibile un intervento di mediazione da roma. La politica ha perso una buona occasione per cercare di limitare i propri torrenziali e superficiali modelli di contrapposizione (con l'unica vera conseguenza di non riuscire ad immaginare un soggetto politico in grado di avere una posizione univoca e utile per il dialogo, tra gli zerbinaggi della destra, le dichiarazioni da stadio di qualche centrosinistristra di vecchia e di nuova leva e le demagogiche sparate di chi fa delle sparate la propria ragion d'essere ).
Rimangono due donne. Camusso e Marcegaglia, diverse, distanti, ma entrambe dotate di doti che possono permettere loro di "chiamare" il tavolo. Le esigenze reciproche sono chiare, le possibilità di "contemperare gli interessi" anche (l'assurdo di questa vicenda è proprio nella possibilità di trovare punti di mediazione e di razionalizzazione utili, efficaci e condivisibili), abbiamo bisogno di attori del cambiamento e di coraggio. Mi piacerebbe che la sfida aperta fosse vinta affermando un primato di genere!