sabato 27 novembre 2010

Alcune riflessioni sulla riforma Gelmini 2

Eutanasia dell’Un iversità
di Ugo Arrigo*
Lega e PdL stanno provando
a far approvare a tamburo
battente la riforma Gelmini
dell’Università. Poiché le
regole parlamentari non permettono
di approvare leggi di
spesa quando è aperta una sessione
di bilancio, e quindi sino
alla definitiva approvazione della
Finanziaria al Senato, pur di far
avanzare il provvedimento i parlamentari
della maggioranza
hanno accettato di espurgare il
testo di 34 emendamenti, da loro
stessi approvati nella precedente
lettura, che richiedevano
maggiori esborsi finanziari. La riforma
Gelmini arriva dunque nuda
alla meta, priva di risorse finanziarie
che non erano aggiuntive
rispetto agli stanziamenti
storici ma solo un ripristino parziale
dopo il passaggio delle forbici
di Tremonti sui fondi per gli
atenei. Valeva la pena adottare
questa strategia esclusivamente
per poter dire di aver fatto una
riforma?
Q UA N D O fu presentato il progetto,
un anno fa, scrissi su questo
giornale che esso aveva quattro
difetti rilevanti, invariati o
peggiorati nei passaggi parlamentari.
Il primo è il dirigismo:
il ministro, al vertice del sistema,
controlla attraverso le risorse
i 67 rettori statali i quali, a loro
volta, controllano i 63 mila docenti
pubblici con l’ausilio di
non ben definite personalità
esterne (imprenditori? politici
locali?) chiamate a far parte dei
consigli di amministrazione degli
atenei senza peraltro apportarvi
risorse economiche. Questo
schema verticistico è peggiorato
nell’ultima versione dato
che alla sommità della piramide
universitaria è stato ora posto
non il ministro dell’Univer sità
ma quello dell’Economia il quale,
secondo un emendamento
appena approvato, interviene
“con proprio decreto” per modificare
gli stanziamenti in bilancio
a favore dell’università. Il futuro
degli atenei sarà dunque legato
alla benevolenza dei ministri
dell’economia e per il futuro
della loro libertà si dovrà parlare
di libertà vigilata.
Il secondo difetto è l’af fidamento
della riforma a strumenti puramente
normativi: efficienza e
meritocrazia sono previste calare
dall’alto, appese ad articoli di legge.
E’ un evento poco probabile,
mai verificatosi sinora nel settore
pubblico. Il terzo difetto è l’ave r
preparato il provvedimento nel
chiuso delle cucine ministeriali,
senza confronti col mondo esterno
e con i diretti interessati dell’università.
In un qualunque
paese evoluto prima di proporre
una riforma di questa portata si
sarebbe affidato uno studio a una
commissione esterna, non governativa,
la quale sarebbe partita da
un bilancio della realtà corrente
per poi evidenziare diverse possibilità
di intervento, illustrandone
pregi e difetti. E’ quello che è
accaduto per la riforma universitaria
inglese con la commissione
affidata dal primo ministro David
Cameron all’ex amministratore
delegato di BP John Browne. In
Italia nulla di tutto questo.
Che bilancio si può trarre a nove
anni di distanza della precedente
riforma, quella che ha introdotto
il doppio ciclo del 3+2? Su di essa
si è detto tutto e il contrario di tutto
ma studi complessivi, approfonditi
e neutrali, non ve ne sono
stati. Eppure non appaiono condivisibili
due giudizi critici, frettolosamente
sostenuti e facilmente
smentibili: i) con la riforma
sarebbero state sprecate risorse
finanziarie; ii) la qualità media
dei laureati si è abbassata. E’
vero che le risorse totali impiegate
sono cresciute (abbastanza in
termini nominali, poco al netto
dell’inflazione) ma il prodotto
degli atenei pubblici, il numero
dei laureati, è aumentato molto di
più rispetto sia ai costi totali che
al numero dei professori. Questo
significa che tanto il costo per
studente quanto la produttività
dei docenti sono sensibilmente
migliorati nel tempo. I livelli di
costo per studente e di produttività
dei docenti sono migliori rispetto
alla media dei paesi Ocse.
All’aumento, innegabile, dei risultati
in quantità si controbatte
tuttavia con l’asserzione del peggioramento
della qualità media
dei laureati come se essa non fosse
un fenomeno ovvio, ed entro
certi limiti accettabile, all’accre -
scersi delle dimensioni produttive.
Se il gruppo Fiat non si ostinasse
più a produrre tutte queste
utilitarie e si limitasse alle sole
Ferrari accrescerebbe notevolmente
la qualità media delle sue
vetture e anche i vettori aerei aumenterebbero
la qualità media
dei posti offerti abolendo la classe
economy. Ma si tratterebbe di
pessime soluzioni per l’industr ia
dell’auto e per quella del trasporto
aereo e per il benessere dei rispettivi
consumatori.
IDEM per chi si ostina a sostenere
l’idea di un numero limitato
di atenei di alto livello ignorando
che formazione universitaria di
base, sulla quale l’Italia non se la
cava male, e formazione di eccellenza,
da noi insufficiente, sono
esigenze complementari e non
sostitutive. Chi sostiene questa
tesi dovrebbe anche domandarsi
perché i tanti giovani eccellenti
che continuano a uscire dai nostri
atenei fuggano verso impieghi
eccellenti all’estero. Scarsità
di patriottismo o forse assenza di
domanda sul suolo patrio per capacità
così elevate che potrebbero
compromettere i nostri stantii
equilibri corporativi?
Arriviamo così al quarto e ultimo
grande difetto: dove si parla nella
riforma del prodotto degli atenei?
Il testo legislativo non ne tratta
mai, come se un piano industriale
di Fiat non si occupasse mai di auto.
Eppure l’università produce e
diffonde conoscenze e saperi che
quando sono considerati nel loro
insieme rispondono alla parola
cultura (scientifica e umanistica,
ma la distinzione non è rilevante):
la cultura è lo stock di saperi, le
scoperte scientifiche il loro flusso
incrementale. E’ evidente che se il
prodotto degli atenei non ha alcun
valore allora ogni risorsa dedicata
alla sua realizzazione, anche un solo
euro, rappresenta uno spreco.
Questa è tuttavia l’i n t e r p re t a z i o n e
peggiore che si può dare della riforma.
Quella migliore è che si sia
stabilita la terapia senza verificare
la diagnosi e che la terapia preveda
di ridurre drasticamente le cure
somministrate al paziente rispetto
a quando stava molto meglio. Più
che di riforma si dovrebbe allora
parlare di eutanasia.
*professore di Scienza delle finanze
alla Bicocca di Milano

Alcune considerazioni sulla riforma Gelmini

di Caterina Perniconi
“Questa riforma è un
bel disastro”. E se a
dirlo è Giorgio Parisi,
uno dei più autorevoli
fisici viventi, padre
della “teoria del caos”, c’è di
che preoccuparsi.
Sessantadue anni, professore
all’Università La Sapienza di
Roma, la scorsa settimana ha
ricevuto la medaglia Max
Planck per i suoi studi, riconoscimento
ricevuto nella
storia da scienziati del calibro
di Albert Einstein ed
Enrico Fermi.
In Italia potremmo non avere
più un Giorgio Parisi. Perché
gli studenti migliori ormai
portano il loro cervello all’estero,
e non riescono a rientrare
nel sistema universitario.
Che con questa legge
non cambierà in meglio.
Professore, l’Italia ha bisogno
di una riforma dell’Università.
Perché non questa?
É vero, c’è una grande necessità
di cambiamento. Ma nella
direzione contraria a quella
in cui va questa legge.
Cioè?
La prima cosa da fare è valutare
gli atenei. Noi conosciamo
la situazione a macchia
di leopardo, alcune eccellenze,
altre situazioni dissestate.
Ma non abbiamo un
quadro globale.
Eppure la Gelmini dice
che la riforma premia il
merito.
Veramente l’Anvur (l’A ge nzia
nazionale per la valutazione
universitaria, ndr) varata
dal governo Prodi non è ancora
in funzione. E poi nella
prima stesura del provvedimento
ho letto 23 volte le parole
“ministero dell’E c o n omia”.
Ma che c’e n t ra ?
È un modo per chiarire
chi comanda?
Gli dà un peso troppo alto.
Addirittura la riforma dice
che chi non è in regola col
bilancio non può fare sperimentazione.
Ma che significa?
Semmai deve avere meno
soldi, ma è proprio con la
sperimentazione che si possono
ottenere risultati, e far
abbassare il deficit. Hanno
sbagliato tutto.
Cos’a l t ro ?
C’è un emendamento, per
esempio, in cui si dice che le
medaglie olimpiche possono
valere come esami in determinate
facoltà. Ma perché
una legge che contiene principi
generali deve per forza
accontentare tutte le volontà
personali? Gli istituti superiori
di educazione fisica valuteranno
da soli quanto valgono
le medaglie e se vogliono
pure gli scudetti. Non sono
queste le riforme che servono.
Ma danno l’idea di come
questo governo vuole fare
le leggi.
Quindi condivide la protesta
dei ricercatori?
Reputo la protesta giustissima.
La legge è fatta sulla loro
pelle e su quella di chi è andato
all’estero. In solidarietà
con loro, lunedì farò una lezione
sul tetto della facoltà di
Fisica alla Sapienza.
Poi c’è la questione precari.
Lei è favorevole o contrario
alla cancellazione
della terza fascia docente
e i contratti a tempo determinato
per i ricercatori?
In linea di principio non era
sbagliato. Ti assicuro
un contratto di 6
anni, nel frattempo
accantono i
soldi per assumerti
e se la valutazione
finale che otterrai
sarà positiva
puoi entrare
nell’Univer sità.
Altra cosa è farti
lavorare 6 anni,
con un contratto
che costa meno,
sapendo già che non
ci saranno i soldi per assumer
ti.
Infatti l’emendamento
che prevedeva l’a c c a n t onamento
è stato cancellato.
Sapere che se hai fatto bene
verrai premiato non è un
problema. La precarietà loC’è molta differenza di
considerazione tra i giovani
fisici di via Panisperna e
gli studenti di oggi. I ragazzi
che incontra sono
p re o c c u p a t i ?
L’altro giorno uno di loro,
che si è laureato con me, ha
detto di non aver intenzione
di fare il dottorato perché in
Italia non è riconosciuto e
perderebbe solo 3 anni senza
avere sbocchi.
Il rischio è quello che resti
solo chi se lo può permett
e re ?
Ci sarà una fortissima selezione
sul censo.
Quanti studenti e scienziati
eccellenti si perderanno
in questo modo?
Non mi preoccupano gli eccellenti,
loro se la caveranno,
sicuramente andando all’estero.
Mi preoccupano tutti
coloro che hanno grandi capacità
e che altrove farebbero
ricerca ma che nel nostro
paese saranno fatti fuori. Se
ci sarà un Mozart emergerà,
ma non potrà più suonare
perché gli mancheranno gli
o rch e s t ra l i .
Qual’è la conseguenza
peggiore della riforma?
L’ingresso nei Consigli d’a mministrazione
di persone
esterne. Se non si capisce
chi sono la procedura può
diventare un disastro. Le
Asl lo sono perché nei loro
Cda è entrata la politica.
Ha maggior timore
delle conseguenze dell’ingresso
della politica
nei cda o dei privati che
possono indirizzare la ric
e rc a ?
I privati possono mettere i
ricercatori a servizio della
produzione, e a rimetterci sarebbe
la ricerca di base, quella
che permette i veri progressi
nel lungo periodo. Ma
la spartizione politica è quella
che temo di più.