domenica 13 giugno 2010

per quelli che "così potremo parlare liberamente senza paura di essere intercettati"

di Antonella Mascali
I giornalisti potranno pubblicare opinabili
riassunti di atti processuali,
mai delle intercettazioni se non dopo
anni. A rischio anche riprese e registrazioni
dei processi. Ma questi problemi,
la stampa potrebbe non averli perché il
pericolo è che non ci sarà nulla da scrivere.
La legge è una ferita mortale per le
indagini: le intercettazioni hanno consentito
di identificare mafiosi insospettabili,
loro complici, corrotti, stupratori,
omicidi.
Gravi indizi di reato
Un pm può intercettare, se ci sono g ra v i
indizi di reato ma con la nuova legge, solo
se a carico dell’indagato ha già raccolto
elementi di prova: nel testo c’è un riferimento
all’articolo 192 del codice che
regola l’accertamento di responsabilità
di un imputato già sotto processo. Si snatura
così lo strumento che serve a trovare
il colpevole.
I 75 giorni
Macchinosa l’autorizzazione: non è
più del gip ma del Tribunale distrettuale,
formato da 3 giudici. Il pm insieme con la
richiesta di autorizzazione, trasmette il fascicolo
contenente tutti gli atti di indagine fino a
quel momento compiuti. Questo vuol dire
che i pm di Pinerolo, per esempio, dovranno
caricare furgoncini di decine di
faldoni, e mandarli al Tribunale competente
di Torino. I giudici, già oberati di
lavoro, saranno sommersi da queste carte,
che dovranno poi rinviare ai pm. Con
perdita di tempo, spreco di denaro e un
bel vantaggio per i criminali. C’è poi il
problema della durata delle intercettazioni,
uno dei punti dolenti per gli inquirenti.
Infatti il ddl prevede che possano
essere effettuate per 60 giorni. Una ulteriore
proroga delle operazioni fino a quindici
giorni, anche non continuativi, può essere autorizzata
qualora siano emersi nuovi elementi.
Il pm dopo i 75 giorni può bussare ogni 3
giorni (per un anno) alla porta del gip per
ottenere una proroga, in caso di estrema
necessità. Le intercettazioni sulla cricca
sono durate 2 anni, quelle della clinica
Santa Rita di Milano, quasi un anno. Giusto
per capire che il tempo concesso
adesso è irrisorio.
Mafie e reati satelliti
Ci saranno gravi conseguenze anche per
le indagini di mafia, nonostante i ministri
Alfano e Maroni dicano che non cambierà
nulla. Le intercettazioni per suffi -
cienti indizi di reato, sempre autorizzate dal
Tribunale, possono durare 40 giorni, con
una proroga di altri 20. Dietro richiesta
motivata, fino alla conclusione
dell’udienza preliminare. Ma resta il problema
dei cosiddetti reati satellite, come
usura, estorsione e riciclaggio, a cui si
applica il nuovo tetto di durata e da cui
spesso si sviluppano le inchieste di mafia.
Quindi scoprire mafiosi e loro complici
sarà molto più difficile. È stata così spazzata
via la norma voluta da Giovanni Falcone
nel ’91, che in materia di intercettazioni
equiparava la criminalità organizzata
“semplice” a quella di tipo mafioso.
Neutralizzate anche le intercettazioni
ambientali. Si potranno installare le “ci -
mici” solo in luoghi pubblici (quindi,
neppure nelle auto) se dalle indagini dovesse
emergere che sono fondamentali per
l’accertamento del reato, o se possono impedire
la commissione di nuovi reati. Ma
la durata non potrà superare i 3 giorni
eventualmente reiterabili per altri 3.
Emendamento D’A dd a r i o
Nel testo votato dal Senato è stato introdotto
anche l’emendamento soprannominato
dall’opposizione “D’Addar io”,
perché rappresenta la vendetta del premier
per le registrazioni della escort Patrizia
D’Addario a palazzo Grazioli. In base
a questa norma un cittadino, a meno
che sia uno 007, un giornalista (professionista
o pubblicista), rischia da 6 mesi a
4 anni di carcere se fraudolentemente effettua
riprese o registrazioni di conversazioni a
cui partecipa o comunque effettuate in sua
p re s e n z a . Un deterrente non per i delinquenti
ma, ad esempio, per le vittime di
pizzo o di altro ricatto. Grazie a un emendamento
del senatore dell’I d v,
Luigi Li Gotti, si può procedere
su querela di parte.
Salva-Casta e preti
Il pm, soprattutto se tocca
grossi interessi, rischia di dover
abbandonare l’inda gine:
se denunciato per supposta
fuga di notizie può essere sostituito dal
capo del suo ufficio. Non mancano i pri -
vilegiati. Se un pm intercetta anche indirettamente
un parlamentare, deve chiedere
l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.
Se a essere registrato è un sacerdote,
il pm deve avvertire la diocesi di
appartenenza: il Vaticano, se si tratta di un
vescovo o di un cardinale.
Anti-stampa
E veniamo al bavag lio alla stampa, un diritto
violato non solo per giornalisti ed
editori ma anche per i cittadini che devono
essere informati. Il giornalista che
pubblica atti di indagine prima della fine
dell’udienza preliminare, anche se non
più coperti dal segreto istruttorio, è punito
con l’arresto fino a 30 giorni o con
l’ammenda da mille a 5 mila euro. Se si
tratta di intercettazioni, carcere fino a 30
giorni e ammenda da 2 a 10 mila euro. Se
sono destinate alla distruzione, carcere
da 1 a 3 anni anche se possono esserci delle
registrazioni penalmente irrilevanti ma
di interesse pubblico. Concesso ai cronisti
il contentino di scrivere per r iassunto -
fino alla conclusione dell’udienza preliminare
- gli atti processuali già noti, mai le
intercettazioni. Il deterrente più forte
contro la stampa è rappresentato dalle
maxi multe agli editori, che vorranno
evitare di rischiare il fallimento. Sono previste
multe da 25.800 a 464.700 euro nel
caso di pubblicazione di intercettazioni
destinate alla distruzione. Se, invece, sono
atti giudiziari di cui la pubblicazione è
vietata, comprese intercettazioni attinenti
alle indagini, multe da 25.800 a
309.800. Altra tagliola: editori e autori di
libri insieme dovranno pubblicare a pagamento
su non più di due quotidiani nazionali
le “re t t i fi ch e ” inviate da chi si è ritenuto
offeso.
Siccome la legge si applica ai procedimenti
in corso, non possono più essere
pubblicate le intercettazioni già note,
finite sui giornali in precedenza. E i
pm che hanno registrazioni in atto, per
proseguirle, dovranno adeguarsi alle nuove
regole.

mercoledì 9 giugno 2010

Il Paese Faina che disprezza l'università

Il paese faina che disprezza l'università
di Antonio Scurati

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe - stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) - di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata.
Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo». La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università.
Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo.
Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo. Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera.
L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.
Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento. Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo.
Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla - e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto.
L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.
da "La Stampa" del 22 maggio 2010

Il Paese Faina che disprezza l'università

Il paese faina che disprezza l'università
di Antonio Scurati

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe - stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) - di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata.
Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo». La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università.
Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo.
Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo. Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera.
L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.
Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento. Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo.
Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla - e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto.
L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.
da "La Stampa" del 22 maggio 2010