mercoledì 8 dicembre 2010

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Sabato 11 Dicembre 2010 ore 20.30
Inizia lo spettacolo
del basket femminile


sabato 27 novembre 2010

Alcune riflessioni sulla riforma Gelmini 2

Eutanasia dell’Un iversità
di Ugo Arrigo*
Lega e PdL stanno provando
a far approvare a tamburo
battente la riforma Gelmini
dell’Università. Poiché le
regole parlamentari non permettono
di approvare leggi di
spesa quando è aperta una sessione
di bilancio, e quindi sino
alla definitiva approvazione della
Finanziaria al Senato, pur di far
avanzare il provvedimento i parlamentari
della maggioranza
hanno accettato di espurgare il
testo di 34 emendamenti, da loro
stessi approvati nella precedente
lettura, che richiedevano
maggiori esborsi finanziari. La riforma
Gelmini arriva dunque nuda
alla meta, priva di risorse finanziarie
che non erano aggiuntive
rispetto agli stanziamenti
storici ma solo un ripristino parziale
dopo il passaggio delle forbici
di Tremonti sui fondi per gli
atenei. Valeva la pena adottare
questa strategia esclusivamente
per poter dire di aver fatto una
riforma?
Q UA N D O fu presentato il progetto,
un anno fa, scrissi su questo
giornale che esso aveva quattro
difetti rilevanti, invariati o
peggiorati nei passaggi parlamentari.
Il primo è il dirigismo:
il ministro, al vertice del sistema,
controlla attraverso le risorse
i 67 rettori statali i quali, a loro
volta, controllano i 63 mila docenti
pubblici con l’ausilio di
non ben definite personalità
esterne (imprenditori? politici
locali?) chiamate a far parte dei
consigli di amministrazione degli
atenei senza peraltro apportarvi
risorse economiche. Questo
schema verticistico è peggiorato
nell’ultima versione dato
che alla sommità della piramide
universitaria è stato ora posto
non il ministro dell’Univer sità
ma quello dell’Economia il quale,
secondo un emendamento
appena approvato, interviene
“con proprio decreto” per modificare
gli stanziamenti in bilancio
a favore dell’università. Il futuro
degli atenei sarà dunque legato
alla benevolenza dei ministri
dell’economia e per il futuro
della loro libertà si dovrà parlare
di libertà vigilata.
Il secondo difetto è l’af fidamento
della riforma a strumenti puramente
normativi: efficienza e
meritocrazia sono previste calare
dall’alto, appese ad articoli di legge.
E’ un evento poco probabile,
mai verificatosi sinora nel settore
pubblico. Il terzo difetto è l’ave r
preparato il provvedimento nel
chiuso delle cucine ministeriali,
senza confronti col mondo esterno
e con i diretti interessati dell’università.
In un qualunque
paese evoluto prima di proporre
una riforma di questa portata si
sarebbe affidato uno studio a una
commissione esterna, non governativa,
la quale sarebbe partita da
un bilancio della realtà corrente
per poi evidenziare diverse possibilità
di intervento, illustrandone
pregi e difetti. E’ quello che è
accaduto per la riforma universitaria
inglese con la commissione
affidata dal primo ministro David
Cameron all’ex amministratore
delegato di BP John Browne. In
Italia nulla di tutto questo.
Che bilancio si può trarre a nove
anni di distanza della precedente
riforma, quella che ha introdotto
il doppio ciclo del 3+2? Su di essa
si è detto tutto e il contrario di tutto
ma studi complessivi, approfonditi
e neutrali, non ve ne sono
stati. Eppure non appaiono condivisibili
due giudizi critici, frettolosamente
sostenuti e facilmente
smentibili: i) con la riforma
sarebbero state sprecate risorse
finanziarie; ii) la qualità media
dei laureati si è abbassata. E’
vero che le risorse totali impiegate
sono cresciute (abbastanza in
termini nominali, poco al netto
dell’inflazione) ma il prodotto
degli atenei pubblici, il numero
dei laureati, è aumentato molto di
più rispetto sia ai costi totali che
al numero dei professori. Questo
significa che tanto il costo per
studente quanto la produttività
dei docenti sono sensibilmente
migliorati nel tempo. I livelli di
costo per studente e di produttività
dei docenti sono migliori rispetto
alla media dei paesi Ocse.
All’aumento, innegabile, dei risultati
in quantità si controbatte
tuttavia con l’asserzione del peggioramento
della qualità media
dei laureati come se essa non fosse
un fenomeno ovvio, ed entro
certi limiti accettabile, all’accre -
scersi delle dimensioni produttive.
Se il gruppo Fiat non si ostinasse
più a produrre tutte queste
utilitarie e si limitasse alle sole
Ferrari accrescerebbe notevolmente
la qualità media delle sue
vetture e anche i vettori aerei aumenterebbero
la qualità media
dei posti offerti abolendo la classe
economy. Ma si tratterebbe di
pessime soluzioni per l’industr ia
dell’auto e per quella del trasporto
aereo e per il benessere dei rispettivi
consumatori.
IDEM per chi si ostina a sostenere
l’idea di un numero limitato
di atenei di alto livello ignorando
che formazione universitaria di
base, sulla quale l’Italia non se la
cava male, e formazione di eccellenza,
da noi insufficiente, sono
esigenze complementari e non
sostitutive. Chi sostiene questa
tesi dovrebbe anche domandarsi
perché i tanti giovani eccellenti
che continuano a uscire dai nostri
atenei fuggano verso impieghi
eccellenti all’estero. Scarsità
di patriottismo o forse assenza di
domanda sul suolo patrio per capacità
così elevate che potrebbero
compromettere i nostri stantii
equilibri corporativi?
Arriviamo così al quarto e ultimo
grande difetto: dove si parla nella
riforma del prodotto degli atenei?
Il testo legislativo non ne tratta
mai, come se un piano industriale
di Fiat non si occupasse mai di auto.
Eppure l’università produce e
diffonde conoscenze e saperi che
quando sono considerati nel loro
insieme rispondono alla parola
cultura (scientifica e umanistica,
ma la distinzione non è rilevante):
la cultura è lo stock di saperi, le
scoperte scientifiche il loro flusso
incrementale. E’ evidente che se il
prodotto degli atenei non ha alcun
valore allora ogni risorsa dedicata
alla sua realizzazione, anche un solo
euro, rappresenta uno spreco.
Questa è tuttavia l’i n t e r p re t a z i o n e
peggiore che si può dare della riforma.
Quella migliore è che si sia
stabilita la terapia senza verificare
la diagnosi e che la terapia preveda
di ridurre drasticamente le cure
somministrate al paziente rispetto
a quando stava molto meglio. Più
che di riforma si dovrebbe allora
parlare di eutanasia.
*professore di Scienza delle finanze
alla Bicocca di Milano

Alcune considerazioni sulla riforma Gelmini

di Caterina Perniconi
“Questa riforma è un
bel disastro”. E se a
dirlo è Giorgio Parisi,
uno dei più autorevoli
fisici viventi, padre
della “teoria del caos”, c’è di
che preoccuparsi.
Sessantadue anni, professore
all’Università La Sapienza di
Roma, la scorsa settimana ha
ricevuto la medaglia Max
Planck per i suoi studi, riconoscimento
ricevuto nella
storia da scienziati del calibro
di Albert Einstein ed
Enrico Fermi.
In Italia potremmo non avere
più un Giorgio Parisi. Perché
gli studenti migliori ormai
portano il loro cervello all’estero,
e non riescono a rientrare
nel sistema universitario.
Che con questa legge
non cambierà in meglio.
Professore, l’Italia ha bisogno
di una riforma dell’Università.
Perché non questa?
É vero, c’è una grande necessità
di cambiamento. Ma nella
direzione contraria a quella
in cui va questa legge.
Cioè?
La prima cosa da fare è valutare
gli atenei. Noi conosciamo
la situazione a macchia
di leopardo, alcune eccellenze,
altre situazioni dissestate.
Ma non abbiamo un
quadro globale.
Eppure la Gelmini dice
che la riforma premia il
merito.
Veramente l’Anvur (l’A ge nzia
nazionale per la valutazione
universitaria, ndr) varata
dal governo Prodi non è ancora
in funzione. E poi nella
prima stesura del provvedimento
ho letto 23 volte le parole
“ministero dell’E c o n omia”.
Ma che c’e n t ra ?
È un modo per chiarire
chi comanda?
Gli dà un peso troppo alto.
Addirittura la riforma dice
che chi non è in regola col
bilancio non può fare sperimentazione.
Ma che significa?
Semmai deve avere meno
soldi, ma è proprio con la
sperimentazione che si possono
ottenere risultati, e far
abbassare il deficit. Hanno
sbagliato tutto.
Cos’a l t ro ?
C’è un emendamento, per
esempio, in cui si dice che le
medaglie olimpiche possono
valere come esami in determinate
facoltà. Ma perché
una legge che contiene principi
generali deve per forza
accontentare tutte le volontà
personali? Gli istituti superiori
di educazione fisica valuteranno
da soli quanto valgono
le medaglie e se vogliono
pure gli scudetti. Non sono
queste le riforme che servono.
Ma danno l’idea di come
questo governo vuole fare
le leggi.
Quindi condivide la protesta
dei ricercatori?
Reputo la protesta giustissima.
La legge è fatta sulla loro
pelle e su quella di chi è andato
all’estero. In solidarietà
con loro, lunedì farò una lezione
sul tetto della facoltà di
Fisica alla Sapienza.
Poi c’è la questione precari.
Lei è favorevole o contrario
alla cancellazione
della terza fascia docente
e i contratti a tempo determinato
per i ricercatori?
In linea di principio non era
sbagliato. Ti assicuro
un contratto di 6
anni, nel frattempo
accantono i
soldi per assumerti
e se la valutazione
finale che otterrai
sarà positiva
puoi entrare
nell’Univer sità.
Altra cosa è farti
lavorare 6 anni,
con un contratto
che costa meno,
sapendo già che non
ci saranno i soldi per assumer
ti.
Infatti l’emendamento
che prevedeva l’a c c a n t onamento
è stato cancellato.
Sapere che se hai fatto bene
verrai premiato non è un
problema. La precarietà loC’è molta differenza di
considerazione tra i giovani
fisici di via Panisperna e
gli studenti di oggi. I ragazzi
che incontra sono
p re o c c u p a t i ?
L’altro giorno uno di loro,
che si è laureato con me, ha
detto di non aver intenzione
di fare il dottorato perché in
Italia non è riconosciuto e
perderebbe solo 3 anni senza
avere sbocchi.
Il rischio è quello che resti
solo chi se lo può permett
e re ?
Ci sarà una fortissima selezione
sul censo.
Quanti studenti e scienziati
eccellenti si perderanno
in questo modo?
Non mi preoccupano gli eccellenti,
loro se la caveranno,
sicuramente andando all’estero.
Mi preoccupano tutti
coloro che hanno grandi capacità
e che altrove farebbero
ricerca ma che nel nostro
paese saranno fatti fuori. Se
ci sarà un Mozart emergerà,
ma non potrà più suonare
perché gli mancheranno gli
o rch e s t ra l i .
Qual’è la conseguenza
peggiore della riforma?
L’ingresso nei Consigli d’a mministrazione
di persone
esterne. Se non si capisce
chi sono la procedura può
diventare un disastro. Le
Asl lo sono perché nei loro
Cda è entrata la politica.
Ha maggior timore
delle conseguenze dell’ingresso
della politica
nei cda o dei privati che
possono indirizzare la ric
e rc a ?
I privati possono mettere i
ricercatori a servizio della
produzione, e a rimetterci sarebbe
la ricerca di base, quella
che permette i veri progressi
nel lungo periodo. Ma
la spartizione politica è quella
che temo di più.

sabato 31 luglio 2010

a proposito di incompatibilità

L'onorevole Granata ha pubblicato questo elenco di incompatibilità con il modo di gestire la politica dell'attuale maggioranza e del suo "capo" credo valga la pena di riflettere sulle considerazioni che lui fa in modo molto circostanziato e chiaro (come purtroppo non si può leggere sulla stampa o ritrovare nei telegiornali).
nel suo stile sobrio e elegante, a chi gli

"All'inizio fu Urbani a chi gli chiedeva come avrebbe potuto giudicare
Fabio Granata da probiviro, replicava
sottolineando una profonda
incompatibilità culturale nei confronti
del Pdl. Ieri il documento partorito
dall’ufficio politico del partito di Silvio
Berlusconi ha utilizzato lo stesso concetto
per sottolineare le “colpe” di
Gianfranco Fini oltre che per motivare
(si fa per dire…) il mio deferimento
insieme a quello di Italo Bocchino
e Carmelo Briguglio.
Se la mente corre agli ultimi mesi riesce
con facilità ad individuare questa
incompatibilità.
Siamo incompatibili con un partito
che esprime piena e convinta solidarietà
a chi, condannato in appello
per associazione mafiosa, come prima
dichiarazione, proclama l’e ro i s m o
di un capomafia palermitano.
Siamo incompatibili con un Ministro
che non riesce a darsi pace sui
motivi misteriosi per i quali, qualcuno
alle sue spalle, gli ha acquistato un
appar tamento.
Siamo incompatibili con un partito
che ritiene di poter lasciare come
coordinatore regionale in Campania
un suo dirigente colpito da mandato
di cattura per associazione camorristica
e che, dopo essere stato costretto,
a causa di una ennesima e gravissima
inchiesta giudiziaria, dalla nostra
azione intransigente a rassegnare
le dimissioni, da Sottosegretario
all’Economia, riceve la piena e convinta
solidarietà del partito stesso.
Siamo certamente incompatibili
con un partito nel quale un coordinatore
nazionale ritiene normale, al
di là degli aspetti giudiziari, incontrare
regolarmente personaggi fuoriusciti
dalle ombre piu oscure della Prima
Repubblica, faccendieri e magistrati
infedeli, per costruire, in febbrile collaborazione
con alcuni dei personaggi
prima citati, dossier vergognosi contro
dirigenti dello stesso partito,
pressioni nei confronti degli organi
giurisdizionali e affari.
Per questa nostra incompatibilità in
Parlamento si apre oggi una nuova pagina
della storia repubblicana attraverso
la formazione di gruppi parlamentari
che si sentono ancora fortemente
incompatibili con una visione
proprietaria della politica e ne hanno
invece una legata al bene comune,
alla legalità repubblicana, al rispetto
dei diritti civili, alla coesione sociale e
al grande patrimonio dell’Unità nazionale
.
Fabio Granata"

domenica 18 luglio 2010

Il coerente

Citazione tratta dal Corriere della sera del 25 settembre 1991
"Non è neppure il caso di avviare una discussione sulla morale fiscale di un governo che fa ora ciò che appena ieri ha fermamente escluso, perchè immorale.E' piuttosto il caso di passare oltre, per vedere se un condono fatto in questo modo e in questo momento sia soltanto una scelta di cinismo fiscale, per tirare a campare, o qualche cosa di più o di peggio:una scelta di suicidio fiscale.Ebbene, ragionando sulle evidenze è chiaro che si tratta di una scelta del secondo tipo.Per la massa enorme degli evasori le probabilità di essere verificati sono minime (lo dicono le Finanze), le conseguenti liti tributarie si possono tirare in lungo senza costo (lo dicono ancora le Finanze), infine i condoni sono cadenzati ogni decennio:73m82,91. Vuol dire che il rapporto fiscale si basa su questa ragione pratica: farla franca, confusi tra milioni di evasori;farla lunga, coltivando con calma la lite;farla fuori, con poche lire di condono".

Lo stesso editorialista in un'intervista concessa al "mondo" il 16 marzo 1996 diceva:
Domanda "Ma perchè ce l'ha tanto con Fantozzi?"
Risposta "Perchè ha varato la logica dei condoni nonostante abbia sempre sostenuto di non farlo. E infatti durante il suo mandato ha previsto ben quattro condoni. Ha esordito col condono sul bollo auto, ha proseguito con quello sulle elusioni societarie, sulle riserve bancarie, ha sostituito col condono i redditi in natura e ha condonato le rimanenze di magazzino delle imprese commerciali"

Chi si scagliava 19 e 14 anni fa contro i condoni??
Ma Giulio Tremonti che da ministro negli ultimi anni di condoni ne ha sottoscritti di ogni genere compresi quelli "tombali".
Insomma in pochi anni il past socialista Tremonti non solo ha cambiato frequentazioni salottiere e sociali ma ha anche rivisto i primi 30 anni di vita professionale e di studi scoprendosi paladino dei condonisti (e conseguentemente paladino di chi facilita la politica del "farla franca, confusi tra milioni di evasori;farla lunga, coltivando con calma la lite;farla fuori, con poche lire OPS EURO di condono".
Che coerenza!!!

domenica 13 giugno 2010

per quelli che "così potremo parlare liberamente senza paura di essere intercettati"

di Antonella Mascali
I giornalisti potranno pubblicare opinabili
riassunti di atti processuali,
mai delle intercettazioni se non dopo
anni. A rischio anche riprese e registrazioni
dei processi. Ma questi problemi,
la stampa potrebbe non averli perché il
pericolo è che non ci sarà nulla da scrivere.
La legge è una ferita mortale per le
indagini: le intercettazioni hanno consentito
di identificare mafiosi insospettabili,
loro complici, corrotti, stupratori,
omicidi.
Gravi indizi di reato
Un pm può intercettare, se ci sono g ra v i
indizi di reato ma con la nuova legge, solo
se a carico dell’indagato ha già raccolto
elementi di prova: nel testo c’è un riferimento
all’articolo 192 del codice che
regola l’accertamento di responsabilità
di un imputato già sotto processo. Si snatura
così lo strumento che serve a trovare
il colpevole.
I 75 giorni
Macchinosa l’autorizzazione: non è
più del gip ma del Tribunale distrettuale,
formato da 3 giudici. Il pm insieme con la
richiesta di autorizzazione, trasmette il fascicolo
contenente tutti gli atti di indagine fino a
quel momento compiuti. Questo vuol dire
che i pm di Pinerolo, per esempio, dovranno
caricare furgoncini di decine di
faldoni, e mandarli al Tribunale competente
di Torino. I giudici, già oberati di
lavoro, saranno sommersi da queste carte,
che dovranno poi rinviare ai pm. Con
perdita di tempo, spreco di denaro e un
bel vantaggio per i criminali. C’è poi il
problema della durata delle intercettazioni,
uno dei punti dolenti per gli inquirenti.
Infatti il ddl prevede che possano
essere effettuate per 60 giorni. Una ulteriore
proroga delle operazioni fino a quindici
giorni, anche non continuativi, può essere autorizzata
qualora siano emersi nuovi elementi.
Il pm dopo i 75 giorni può bussare ogni 3
giorni (per un anno) alla porta del gip per
ottenere una proroga, in caso di estrema
necessità. Le intercettazioni sulla cricca
sono durate 2 anni, quelle della clinica
Santa Rita di Milano, quasi un anno. Giusto
per capire che il tempo concesso
adesso è irrisorio.
Mafie e reati satelliti
Ci saranno gravi conseguenze anche per
le indagini di mafia, nonostante i ministri
Alfano e Maroni dicano che non cambierà
nulla. Le intercettazioni per suffi -
cienti indizi di reato, sempre autorizzate dal
Tribunale, possono durare 40 giorni, con
una proroga di altri 20. Dietro richiesta
motivata, fino alla conclusione
dell’udienza preliminare. Ma resta il problema
dei cosiddetti reati satellite, come
usura, estorsione e riciclaggio, a cui si
applica il nuovo tetto di durata e da cui
spesso si sviluppano le inchieste di mafia.
Quindi scoprire mafiosi e loro complici
sarà molto più difficile. È stata così spazzata
via la norma voluta da Giovanni Falcone
nel ’91, che in materia di intercettazioni
equiparava la criminalità organizzata
“semplice” a quella di tipo mafioso.
Neutralizzate anche le intercettazioni
ambientali. Si potranno installare le “ci -
mici” solo in luoghi pubblici (quindi,
neppure nelle auto) se dalle indagini dovesse
emergere che sono fondamentali per
l’accertamento del reato, o se possono impedire
la commissione di nuovi reati. Ma
la durata non potrà superare i 3 giorni
eventualmente reiterabili per altri 3.
Emendamento D’A dd a r i o
Nel testo votato dal Senato è stato introdotto
anche l’emendamento soprannominato
dall’opposizione “D’Addar io”,
perché rappresenta la vendetta del premier
per le registrazioni della escort Patrizia
D’Addario a palazzo Grazioli. In base
a questa norma un cittadino, a meno
che sia uno 007, un giornalista (professionista
o pubblicista), rischia da 6 mesi a
4 anni di carcere se fraudolentemente effettua
riprese o registrazioni di conversazioni a
cui partecipa o comunque effettuate in sua
p re s e n z a . Un deterrente non per i delinquenti
ma, ad esempio, per le vittime di
pizzo o di altro ricatto. Grazie a un emendamento
del senatore dell’I d v,
Luigi Li Gotti, si può procedere
su querela di parte.
Salva-Casta e preti
Il pm, soprattutto se tocca
grossi interessi, rischia di dover
abbandonare l’inda gine:
se denunciato per supposta
fuga di notizie può essere sostituito dal
capo del suo ufficio. Non mancano i pri -
vilegiati. Se un pm intercetta anche indirettamente
un parlamentare, deve chiedere
l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.
Se a essere registrato è un sacerdote,
il pm deve avvertire la diocesi di
appartenenza: il Vaticano, se si tratta di un
vescovo o di un cardinale.
Anti-stampa
E veniamo al bavag lio alla stampa, un diritto
violato non solo per giornalisti ed
editori ma anche per i cittadini che devono
essere informati. Il giornalista che
pubblica atti di indagine prima della fine
dell’udienza preliminare, anche se non
più coperti dal segreto istruttorio, è punito
con l’arresto fino a 30 giorni o con
l’ammenda da mille a 5 mila euro. Se si
tratta di intercettazioni, carcere fino a 30
giorni e ammenda da 2 a 10 mila euro. Se
sono destinate alla distruzione, carcere
da 1 a 3 anni anche se possono esserci delle
registrazioni penalmente irrilevanti ma
di interesse pubblico. Concesso ai cronisti
il contentino di scrivere per r iassunto -
fino alla conclusione dell’udienza preliminare
- gli atti processuali già noti, mai le
intercettazioni. Il deterrente più forte
contro la stampa è rappresentato dalle
maxi multe agli editori, che vorranno
evitare di rischiare il fallimento. Sono previste
multe da 25.800 a 464.700 euro nel
caso di pubblicazione di intercettazioni
destinate alla distruzione. Se, invece, sono
atti giudiziari di cui la pubblicazione è
vietata, comprese intercettazioni attinenti
alle indagini, multe da 25.800 a
309.800. Altra tagliola: editori e autori di
libri insieme dovranno pubblicare a pagamento
su non più di due quotidiani nazionali
le “re t t i fi ch e ” inviate da chi si è ritenuto
offeso.
Siccome la legge si applica ai procedimenti
in corso, non possono più essere
pubblicate le intercettazioni già note,
finite sui giornali in precedenza. E i
pm che hanno registrazioni in atto, per
proseguirle, dovranno adeguarsi alle nuove
regole.

mercoledì 9 giugno 2010

Il Paese Faina che disprezza l'università

Il paese faina che disprezza l'università
di Antonio Scurati

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe - stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) - di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata.
Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo». La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università.
Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo.
Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo. Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera.
L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.
Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento. Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo.
Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla - e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto.
L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.
da "La Stampa" del 22 maggio 2010

Il Paese Faina che disprezza l'università

Il paese faina che disprezza l'università
di Antonio Scurati

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe - stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) - di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata.
Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo». La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università.
Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo.
Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo. Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera.
L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.
Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento. Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo.
Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla - e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto.
L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.
da "La Stampa" del 22 maggio 2010

domenica 2 maggio 2010

Ma siamo completamente andati o possiamo nutrire qualche speranza?

In questi giorni leggiamo con sempre maggiore sorpresa le cronache legate alla cosiddetta vicenda Scaloia. A dare retta ai giornali (per la verità ai giornali che non appartengono alla sfera di controllo diretto del nostro primo ministro) il Ministro Scaloia oltre ad essere una persona poco affidabile dal punto di vista del ruolo istituzionale, sarebbe anche un perfetto emblema o dell'arroganza e della sensazione di assoluta intoccabilità del potere, o, forse peggio, di una stupidità davvero incredibile. Vediamo i fatti come sono raccontati con una piccola premessa di merito. Una delle cose che comunque colpiscono è la difesa di Silvio Berlusconi, che non solo ha manifestato solidarietà umana e politica allo Scaloia, ma addirittura se ne uscito con un'affermazione che suona da presa per i fondelli per tutti gli italiani "finirà con lo sgonfiarsi come quella vicenda che ha coinvolto Bertolaso". Ora, poichè il capo del governo sa benissimo che la vicenda non si è sgonfiata, ANZI, il volere pervicacemente raccontare una frottola agli italiani è decisamente un brutto segno o sull'integrità morale del nostro primo ministro o su quella mentale. Tornando al nostro Ministro acquista appartamenti le questioni che vengono riportate dalla stampa lo descrivono come un acquirente che fissa un prezzo (coperto regolamente con un mutuo pari a 610.000 euro) e poi si muove per chiudere l'acquisto versando prima 200.000 euro alle venditrici (in assegni circolari), poi altri 700.000 ancora con assegni. A questo punto, se le cose stanno come vengono raccontate (dal corsera non solo dal fatto o dalla repubblica) abbiamo un ministro che ufficialmente compra in nero (lui stesso ha dichiarato che il prezzo è quello riportato dall'atto notarlie) e attiva un'evasione di circa 900mila euro!! Poi abbiamo anche un ministro che è così "furbo" o che si considera così "Intoccabile" che paga il resto con assegni circolari. A ciò possiamo aggiungere che, sempre da quanto riferito sulla stampa, gli assegni sembrano stati emessi e sottoscritti da chi oggi viene accusato di essere il pagatore di tangenti legate alla vicenda Bertolaso. Insomma non solo arrogante o, alla toscana, "coglione" per aver pagato con documenti rintracciabilissimi, ma addirittura con assegni che lo ricondurrebbero direttamente ad una vicenda tangentara.
La mia riflessione è semplice, si tratta di una super montatura (i testimoni sono tanti comprese le venditrici che ammettendo di avere ricevuto in nero si trovano ora nei guai con il fisco..)oppure abbiamo un ministro evasore e poi così stupido o arrogante da agire come sopra descritto? delle due l'una o è un coglione ed evasore, o è un evasore arrogante. Sempre che tutto sia dimostrato quale sarebbe la punizione migliore per gli italiani?

sabato 16 gennaio 2010

La scarsa memoria di Cicchitto e di Minzolini

Ringrazio l'amico Giovanni Scirocco che da buon storico ha rintracciato un articolo di qualche anno fa, scritto dall'attuale direttore rai Augusto Minzolini (allora alla Stampa) che riporta un'intervista all'allora rientrante in politica Fabrizio Cicchitto (oggi uomo di punta del partito delle libertà). Riprendo quell'articolo mentre i due, passati un po' di anni, dimentichi delle cose scritte in questo articolo celebrano il profilo morale della stessa persona di cui pochi anni fa scrivevano cose dramamticamente pesanti e circostanziate. Scarsa memoria? Voltagabbanismo? Disonestà? a voi l'ardua (?) sentenza.

Pubblicazione: 19-11-1993, STAMPA, TORINO, pag.7
Sezione: Interno
Autore: MINZOLINI AUGUSTO

IL CASO Politica e massoneria Cicchitto:

ROMA NON ne parliamo. Sono stato davvero un idiota. E' stata una grande stupidaggine. Ho pensato di iscrivermi a quella loggia come ci si iscrive al Rotary, ai Lions. Cosi' quando e' scoppiato lo scandalo P2 non mi restava che il suicidio... >. Seduto su una poltrona di Montecitorio, Fabrizio Cicchitto parla del dramma della sua vita, quell' iscrizione alla loggia P2 che piu' di dieci anni fa costrinse lui, astro nascente socialista, ad un lungo esilio dalla politica. Forse adesso che il giudice Cordova parla dei 1600 affiliati della P2 rimasti sconosciuti, vale la pena di parlare proprio con Cicchitto di quella vicenda, non fosse altro per il fatto che lui e' stato uno dei pochi che ha pagato. Ricorda il personaggio: . Un attimo di pausa, quello necessario per mettere Cicchitto al corrente delle ultime ipotesi formulate da Cordova sull' esistenza di altri elenchi della P2 rimasti segreti. Quando il personaggio riprende il filo del discorso l' espressione del suo viso e' cambiata: e' comparso un sorriso amaro. < Certo dice io ho ammesso subito, ho pagato, ma se penso a quello che e' venuto fuori in questi mesi... Ho capito, ad esempio, che Bettino Craxi e Claudio Martelli c' erano dentro fino al collo con Gelli e Ortolani. Ad esempio, la storia dei 30 milioni di dollari, del conto Protezione, mica e' uno scherzo. C' e' da credere davvero che in quegli anni, con tutti quei soldi, si siano comprati il psi>. Gia' , il partito socialista, quello della fine degli Anni Settanta, quello delle grandi lotte interne che accompagnarono l' avvento di Bettino Craxi. Cicchitto all' epoca era con Riccardo Lombardi contro Craxi e ora che il e' finito in soffitta gli tornano alla mente quelle vecchie storie: . Storie passate, racconti della fine degli Anni 70 che hanno condizionato pero' tutto il decennio successivo. . Soldi, politica e sullo sfondo la P2. Lui, Cicchitto, pero' , giura di aver vissuto solo la parte folkloristica della loggia di Licio Gelli. . Cicchitto parla e il tono della sua voce ogni tanto tradisce del risentimento. Come quando parla di Maurizio Costanzo: . Augusto Minzolini

domenica 10 gennaio 2010

ma si possono fare riflessioni sullo stato dell'economia in Italia?

Dal Fatto quotidiano 10 Gennaio 2010

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta
di Vladimiro Giacché*
La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei
giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe
meritato maggiore attenzione: il servizio studi
della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale
e il sistema produttivo italiano, ha fatto
piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla
presunta buona tenuta della nostra economia. Con
queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio
del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’in -
dice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata
prossima al 25 per cento, con il risultato che,
nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte
si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta.
Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo
è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi,
cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli
della produzione, la
maggiore gravità della
situazione italiana risulta
evidente: i 12 e i
13 trimestri di Francia
e Germania si confrontano
con i quasi
100 dell’Italia”. I trimestri
perduti sono
per l’esattezza 92: la
produzione a metà
2009 si è quindi attestata
agli stessi livelli
del secondo trimestre
del 1986. Fanno 23 anni:
non abbiamo perso
il lavoro di una generazione,
ma poco ci
manca.
Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto
che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di
stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni
Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni
competitive che periodicamente rianimavano le
esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo
punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco,
puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto
di processo. Hanno preferito premere l’a cceleratore ,
più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente
adoperati: il basso costo del lavoro e
l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente
contraddittori esibiti dall’economia italiana
in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro
ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento
negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al
2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni
1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del
5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano
in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti
non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono
aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale
del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è
avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile?
In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento
di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli
ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto
al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per
cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più
avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al
posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più
industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32
per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.
A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness
dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di
euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per
cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale
(solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno
degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”).
Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato,
l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna
(e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di
vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali,
rende impossibile affrontare il problema del debito
pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto
perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo:
il nanismo delle imprese. Sino a non molto
tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”,
delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’eco -
nomia facendo a meno delle economie di scala.
La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento
industriale che sarebbe stato necessario è
stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei
costi di produzione rappresentato proprio dall’e vasione.
Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero
pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e
così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti
nella produzione, ma dirottati sul patrimonio
personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso
a far scivolare il nostro sistema economico verso
una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla
competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto
tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i
paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una
battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la
radice della stagnazione economica del nostro paese e
della batosta economica che si è profilata nei primi
anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi
all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato
numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento
competitivo che la crisi mondiale iniziata nel
2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe
urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.
*economista e partner di Sator spa

Se provassimo a pensarci su?