mercoledì 30 dicembre 2009

Dal fatto quotidiano di oggi 30 dicembre

La fine
dell’appartenenza
di Antonio Padellaro

In politica, l’appartenenza è la partecipazione attiva nei confronti di una comunità.
Si “appartiene” soprattutto a sinistra. Per ragioni di carattere storico (il rapporto quasi fideistico che legava la militanza al vecchio Pci). Per la capacità di creare legami e passione (la tessera, la sezione, le primarie come abitudini fortemente radicate). Per un’idea condivisa di solidarietà e di progresso sociale. Ma se a tutto ciò si evita di dare continuità e sostanza. Se la militanza diventa un polveroso retaggio del passato. Se la passione viene continuamente raffreddata con secchiate di realpolitik. Se dei legami ci si rammenta soltanto al momento di chiedere il voto. Se le sezioni diventano luoghi di apparato dove la discussione
latita. Se il tesseramento è solo pratica di potere di stampo democristiano. Se le primarie vengono considerate una fastidiosa perdita di tempo. Se la scelta dei candidati alle regionali si trasforma in una faida tra cacicchi.
Se solidarietà e progresso diventano espressioni obsolete, sostituite dal “dialogo ” sul nulla e con nessuno. Se, insomma, la comunità si sgretola e la partecipazione evapora, l’appartenenza perde fatalmente la sua ragione di essere. Ci si può quindi meravigliare se la sopportazione di un elettore di sinistra, superato un certo limite, cominci a vacillare? E se costui, spazientito da logiche non comprende, metta nel conto la possibilità di non più votare? O di votare per il candidato avverso (come ha scritto Luca Telese con la sua provocazione sulla Polverini)?
Certe parole d’ordine non funzionano più. E neppure certi riflessi condizionati.
Turarsi il naso per evitare guai peggiori non lo si può chiedere a nessuno. E a quale scopo
poi? Per evitare il peggio? Figuriamoci. Il peggio è già stabilmente al governo di questo Paese. E intende restarci a lungo. Chi poteva fare qualcosa per evitare il peggio non ci sembra proprio esserci riuscito,destinato com’è a restare inchiodato altrettanto stabilmente all’opposizione. I leader del centrosinistra se ne facciano una ragione. Il “pericolo Berlusconi” non funziona più. Occorre ben altro che una somma di partiti e partitini per costruire quella grande opposizione civile di cui l’Italia ha un disperato bisogno,come ha spiegato Paolo Flores d’Arcais rivolgendosi ad Antonio Di Pietro. La progressiva scomparsa dell’appartenenza come collante del consenso potrebbe non essere un guaio, se costringesse i leader dell’opposizione a cambiare musica e a occuparsi dei propri elettori.
Ma forse chiediamo davvero troppo.

martedì 1 dicembre 2009

Abbandonare l’Italia è più facile che ricostruirla

PIER LUIGI CELLI, DIRETTORE DELLA LUISS, INVITA IL FIGLIO ALLA FUGA: E SE NON FOSSE UNA BUONA IDEA?
di Francesco Bonazzi


“Padre nostro che sei dei nostri, ma anche un po’ dei loro, non temere per noi. Padre nostro che sei nei cda e in ogni dove, grazie per il Paese che ci lasci.
Ma noi non lo lasciamo”. Se fossimo i tanti figli di Pier Luigi Celli,
quelle centinaia di ragazze e ragazzi che studiano all’università privata che egli dirige, risponderemmo così alla lettera pubblicata ieri su Repubblica. Perché è vero che l’Italia non è un paese per giovani e non è la patria del merito, come denuncia l’ex direttore generale della Rai (e prima ancora, manager di successo in Olivetti, Enel e Unicredit). Ma questo suo invito ad abbandonare l’Italia proprio non ci va giù. E non solo perché siamo appena sbucati dal nulla – nulla finanziario e nulla di potere – con un giornale tutto nuovo e tanta voglia di fare il nostro dovere. Ma perché forse abbiamo un’idea di patria che non prevede la fuga. E se proprio la prevede, è la fuga degli altri. Di quelli che non rispettano neppure le regole che si sono dati liberamente .
Certo, anche noi del Fatto riteniamo che debbano contare anzitutto “la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”. E scommettiamo che neppure i nostri lettori siano entusiasti all’idea di lasciare ai propri figli un paese di furbastri. Dal respiro corto ma dalla mano lesta. E al pari di Celli, per una volta ci guarderemo bene dal fare qui i nomi e i cognomi di chi ha ridotto così la nazione.
Non perché ce ne manchi il coraggio, ma semplicemente perché i problemi profondi di una nazione non scompaiono con questo o quel potente di turno. Si risolvono con pazienza e dal
basso.
Allora proviamo a dire che forse saremo una nazione quando a scuola chi copia sarà guardato con un po’ di compassione.
Gli si passerà il compito, e senza farsi pagare, ma non gli si ‘regalerà ’ il fascino del più furbo.
Saremo una nazione quando la lettura di un libro in più sarà guardata come un’attività preferibile all’acquisto dell’ultimo telefonino.
Saremo una nazione quando i genitori smetteranno di lamentarsi del costo di un testo scolastico, salvo allungare 50 euro a botta, e senza battere ciglio, per la discoteca dei pargoli.
Saremo una nazione quando i cittadini che hanno pagato le tasse saranno più “italiani veri” di uno stilista con la holding in Lussemburgo e i suoi quattro stracci cuciti dai cinesi sotto casa.
E potremmo andare avanti così per ore, perorando la causa di chi non parcheggia in doppia fila come di chi dedica il tempo libero ai bambini malati.
Tanti comportamenti del genere, moltiplicati per milioni di persone e centinaia di giorni, fanno una “patria” molto più di quattro bare con la bandiera sopra.
É vero: quando prendiamo in mano la Costituzione, ci vengono quasi i brividi per quanto poco ce la meritiamo. E anche
noi, come Celli, non possiamo accettare l’idea che un tronista guadagni dieci volte più di un ricercatore.
Ma l’Italia non è né quella che si vede in televisione, né quella che dipingono i sondaggi del Principe. Ognuno di noi, e basta guardarsi intorno, sa che c’è un’altra Italia che privilegia la sostanza all’apparenza. Che studia, lavora e cerca la propria strada senza trucchi. Non sappiamo se tutti costoro vadano a votare, se frequentino le università “giuste” e gli altri misteriosi luoghi dove si prepara la sedicente classe dirigente di domani.
Sappiamo però che non è scappando – o invitando a scappare – che si risolvono i problemi. Anche perché presto o tardi,
quei problemi potrebbero venirti a cercare

Ai miei studenti e ai miei figli perchè si provi a cambiare

Ieri il direttore generale della Luiss (nonchè ex di tante poltrone importanti di questo Paese e "amico" di potenti che questo Paese l'hanno governato) ha suggerito al proprio figlio di lasciare questa Italietta della non meritocrazia per inventarsi un lavoro e una professionalità dove le intelligenze sono premiate e i servilismi puniti. Il ragionamento da padre sarebbe anche comprensibile, in effetti il Paese non premia la meritocrazia, è seduto su se stesso guidato da una serie di Lobby autoreferenziali e,spesso malsane, non rispetta le regole e idolatra chi del non rispetto delle regole ne fa una religione. L'università da decenni è abbandonata al suo destino e al governo di chi ha interessi troppo lontani da quelli della crescita, dell'innovazione, dell'apprendimento, del merito etc etc. Tutto giusto ma c'è qualche cosa che stride.
Primo può chi, nel bene e nel male, ha partecipato in prima persona a questo scempio (lautamente remunerato per essere tra chi agisce sulle leve del sistema) semplicemente dichiarando il proprio fallimento suggerire la fuga invece che impegnarsi in una proposta forte e "in grado di ribaltare il trend"?
Secondo perchè partendo da una propria dichiarazione di fallimento il buon Pierluigi (che continua ad avere amici importanti e potenti ai quali continua a leggere libri e sermoni tra conventi e aule accademiche, che continua ad avere accesso a riviste, case editrici, salotti buoni, uffici di banchieri e ad altri luoghi del "potere") invece che ingranare la retromarcia non spinge sul cambiamento?
Terzo se il direttore generale di una delle scuole più "in" del sistema formativo italiano dichiara il fallimento del suo progetto come può in nome di quel progetto continuare a gestire l'università e a richiedere laute rimesse agli studenti (e ai loro genitori) per un percorso utile solo (e forse) per acquistare un biglietto solo andata per qualche altra nazione?