mercoledì 30 dicembre 2009

Dal fatto quotidiano di oggi 30 dicembre

La fine
dell’appartenenza
di Antonio Padellaro

In politica, l’appartenenza è la partecipazione attiva nei confronti di una comunità.
Si “appartiene” soprattutto a sinistra. Per ragioni di carattere storico (il rapporto quasi fideistico che legava la militanza al vecchio Pci). Per la capacità di creare legami e passione (la tessera, la sezione, le primarie come abitudini fortemente radicate). Per un’idea condivisa di solidarietà e di progresso sociale. Ma se a tutto ciò si evita di dare continuità e sostanza. Se la militanza diventa un polveroso retaggio del passato. Se la passione viene continuamente raffreddata con secchiate di realpolitik. Se dei legami ci si rammenta soltanto al momento di chiedere il voto. Se le sezioni diventano luoghi di apparato dove la discussione
latita. Se il tesseramento è solo pratica di potere di stampo democristiano. Se le primarie vengono considerate una fastidiosa perdita di tempo. Se la scelta dei candidati alle regionali si trasforma in una faida tra cacicchi.
Se solidarietà e progresso diventano espressioni obsolete, sostituite dal “dialogo ” sul nulla e con nessuno. Se, insomma, la comunità si sgretola e la partecipazione evapora, l’appartenenza perde fatalmente la sua ragione di essere. Ci si può quindi meravigliare se la sopportazione di un elettore di sinistra, superato un certo limite, cominci a vacillare? E se costui, spazientito da logiche non comprende, metta nel conto la possibilità di non più votare? O di votare per il candidato avverso (come ha scritto Luca Telese con la sua provocazione sulla Polverini)?
Certe parole d’ordine non funzionano più. E neppure certi riflessi condizionati.
Turarsi il naso per evitare guai peggiori non lo si può chiedere a nessuno. E a quale scopo
poi? Per evitare il peggio? Figuriamoci. Il peggio è già stabilmente al governo di questo Paese. E intende restarci a lungo. Chi poteva fare qualcosa per evitare il peggio non ci sembra proprio esserci riuscito,destinato com’è a restare inchiodato altrettanto stabilmente all’opposizione. I leader del centrosinistra se ne facciano una ragione. Il “pericolo Berlusconi” non funziona più. Occorre ben altro che una somma di partiti e partitini per costruire quella grande opposizione civile di cui l’Italia ha un disperato bisogno,come ha spiegato Paolo Flores d’Arcais rivolgendosi ad Antonio Di Pietro. La progressiva scomparsa dell’appartenenza come collante del consenso potrebbe non essere un guaio, se costringesse i leader dell’opposizione a cambiare musica e a occuparsi dei propri elettori.
Ma forse chiediamo davvero troppo.

martedì 1 dicembre 2009

Abbandonare l’Italia è più facile che ricostruirla

PIER LUIGI CELLI, DIRETTORE DELLA LUISS, INVITA IL FIGLIO ALLA FUGA: E SE NON FOSSE UNA BUONA IDEA?
di Francesco Bonazzi


“Padre nostro che sei dei nostri, ma anche un po’ dei loro, non temere per noi. Padre nostro che sei nei cda e in ogni dove, grazie per il Paese che ci lasci.
Ma noi non lo lasciamo”. Se fossimo i tanti figli di Pier Luigi Celli,
quelle centinaia di ragazze e ragazzi che studiano all’università privata che egli dirige, risponderemmo così alla lettera pubblicata ieri su Repubblica. Perché è vero che l’Italia non è un paese per giovani e non è la patria del merito, come denuncia l’ex direttore generale della Rai (e prima ancora, manager di successo in Olivetti, Enel e Unicredit). Ma questo suo invito ad abbandonare l’Italia proprio non ci va giù. E non solo perché siamo appena sbucati dal nulla – nulla finanziario e nulla di potere – con un giornale tutto nuovo e tanta voglia di fare il nostro dovere. Ma perché forse abbiamo un’idea di patria che non prevede la fuga. E se proprio la prevede, è la fuga degli altri. Di quelli che non rispettano neppure le regole che si sono dati liberamente .
Certo, anche noi del Fatto riteniamo che debbano contare anzitutto “la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”. E scommettiamo che neppure i nostri lettori siano entusiasti all’idea di lasciare ai propri figli un paese di furbastri. Dal respiro corto ma dalla mano lesta. E al pari di Celli, per una volta ci guarderemo bene dal fare qui i nomi e i cognomi di chi ha ridotto così la nazione.
Non perché ce ne manchi il coraggio, ma semplicemente perché i problemi profondi di una nazione non scompaiono con questo o quel potente di turno. Si risolvono con pazienza e dal
basso.
Allora proviamo a dire che forse saremo una nazione quando a scuola chi copia sarà guardato con un po’ di compassione.
Gli si passerà il compito, e senza farsi pagare, ma non gli si ‘regalerà ’ il fascino del più furbo.
Saremo una nazione quando la lettura di un libro in più sarà guardata come un’attività preferibile all’acquisto dell’ultimo telefonino.
Saremo una nazione quando i genitori smetteranno di lamentarsi del costo di un testo scolastico, salvo allungare 50 euro a botta, e senza battere ciglio, per la discoteca dei pargoli.
Saremo una nazione quando i cittadini che hanno pagato le tasse saranno più “italiani veri” di uno stilista con la holding in Lussemburgo e i suoi quattro stracci cuciti dai cinesi sotto casa.
E potremmo andare avanti così per ore, perorando la causa di chi non parcheggia in doppia fila come di chi dedica il tempo libero ai bambini malati.
Tanti comportamenti del genere, moltiplicati per milioni di persone e centinaia di giorni, fanno una “patria” molto più di quattro bare con la bandiera sopra.
É vero: quando prendiamo in mano la Costituzione, ci vengono quasi i brividi per quanto poco ce la meritiamo. E anche
noi, come Celli, non possiamo accettare l’idea che un tronista guadagni dieci volte più di un ricercatore.
Ma l’Italia non è né quella che si vede in televisione, né quella che dipingono i sondaggi del Principe. Ognuno di noi, e basta guardarsi intorno, sa che c’è un’altra Italia che privilegia la sostanza all’apparenza. Che studia, lavora e cerca la propria strada senza trucchi. Non sappiamo se tutti costoro vadano a votare, se frequentino le università “giuste” e gli altri misteriosi luoghi dove si prepara la sedicente classe dirigente di domani.
Sappiamo però che non è scappando – o invitando a scappare – che si risolvono i problemi. Anche perché presto o tardi,
quei problemi potrebbero venirti a cercare

Ai miei studenti e ai miei figli perchè si provi a cambiare

Ieri il direttore generale della Luiss (nonchè ex di tante poltrone importanti di questo Paese e "amico" di potenti che questo Paese l'hanno governato) ha suggerito al proprio figlio di lasciare questa Italietta della non meritocrazia per inventarsi un lavoro e una professionalità dove le intelligenze sono premiate e i servilismi puniti. Il ragionamento da padre sarebbe anche comprensibile, in effetti il Paese non premia la meritocrazia, è seduto su se stesso guidato da una serie di Lobby autoreferenziali e,spesso malsane, non rispetta le regole e idolatra chi del non rispetto delle regole ne fa una religione. L'università da decenni è abbandonata al suo destino e al governo di chi ha interessi troppo lontani da quelli della crescita, dell'innovazione, dell'apprendimento, del merito etc etc. Tutto giusto ma c'è qualche cosa che stride.
Primo può chi, nel bene e nel male, ha partecipato in prima persona a questo scempio (lautamente remunerato per essere tra chi agisce sulle leve del sistema) semplicemente dichiarando il proprio fallimento suggerire la fuga invece che impegnarsi in una proposta forte e "in grado di ribaltare il trend"?
Secondo perchè partendo da una propria dichiarazione di fallimento il buon Pierluigi (che continua ad avere amici importanti e potenti ai quali continua a leggere libri e sermoni tra conventi e aule accademiche, che continua ad avere accesso a riviste, case editrici, salotti buoni, uffici di banchieri e ad altri luoghi del "potere") invece che ingranare la retromarcia non spinge sul cambiamento?
Terzo se il direttore generale di una delle scuole più "in" del sistema formativo italiano dichiara il fallimento del suo progetto come può in nome di quel progetto continuare a gestire l'università e a richiedere laute rimesse agli studenti (e ai loro genitori) per un percorso utile solo (e forse) per acquistare un biglietto solo andata per qualche altra nazione?

venerdì 27 novembre 2009

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, ... La mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto un'educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima...) era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano... (!)

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona...

Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo...

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l'operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l'aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?... oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!

Qualcuno era comunista perché... "la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!"...

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare TUTTO!

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini...

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c'era il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d'Europa!

Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l'Uganda...

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant'anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!...

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!

Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l'uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.



- Giorgio Gaber & Sandro Luporini
(da "E pensare che c'era il pensiero", 1995)

sabato 21 novembre 2009

Un buon tacer non fu mai scritto (perchè gli assassini non se ne stanno a vivere le loro colpe silenziosamente da qualche parte?)


E così dopo Adriano Sofri anche Marco Barbone, l'efferato assassino di Walter tobagi -http://www.wikipedia.org/wiki/Walter_Tobagi - un uomo particolarmente inerme e indifeso, amico mio carissimo (a parte la moglie Stella sono stato l'ultimo a vederlo vivo) approda, come editorialista, sulle prime pagine dei giornali. Lo ha fatto ieri su Il Giornale.
Quando, qualche volta, mi chiamano a tenere lezioni di giornalismo e alla fine i ragazzi si affollano intorno a me per chiedermi come si fa ad entrare nel nostro mestiere, io, pensando ai Sofri o a certi politici inquisiti, dico: «Assassinate un commissario di polizia o rubate denaro pubblico e troverete le porte spalancate». D'ora in poi aggiungerò: «Assassinate un giornalista».
Cosa scrive Barbone? Scrive: «Le Br sono la deriva violenta dell'inziativa politica superideologica che sostituisce le piazze al voto democratico. Il linguaggio dei brigatisti è perfettamente omologo a quello delle frange operaiste del sindacato. I girotondi costituiscono, che gli piaccia o no il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata, trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso».
Da quali elementi tragga la convinzione che manifestazioni pacifiche di cittadini incensurati, senza ambigui servizi d'ordine, senza bandiere, senza aste, senza spranghe, senza il corollario di vetrine sfasciate, di automobili rovesciate e incendiate, di P38, di spari, di poliziotti uccisi, come quelle cui partecipava lui, «sono, gli piaccia o no, il milieu culturale al cui interno una scelta sciagurata come la lotta armata, trova appoggio, silenzio, conformismo omertoso di stampo mafioso», Marco Barbone non si perita di spiegarlo.
Ma, dico, fino a quando si abuserà della nostra pazienza, fino a dove si è decisi a spingere la propria impudenza? I cittadini che, come me, non hanno mai commesso un atto di violenza, che hanno sempre rispettato le leggi fino all'ultimo comma e di questa pasta è fatta la stragrandissima maggioranza della gente del Palavobis e dei «girotondi» sono stufi, arcistufi, esasperati dal prendere saccenti lezioni sulla violenza da chi la praticò. Dai Sofri, dagli Scalzone, dai Boato e adesso anche dai Marco Barbone che non uccise, come Curcio, come Moretti, come la Cagol, per profonde, anche se aberranti, passioni, ma solo perché, come il suo compare Morandini, era un ragazzo annoiato e male educato da una famiglia benestante e permissiva. Uccise, il ricco e viziato Barbone, il figlio di un ferroviere che aveva sputato l'anima per arrivare dov'era arrivato.
Io consiglierei a questi signori, che non sono più dei ragazzi, un po' più di decenza. E un po' più di prudenza mi permetto di consigliarla anche a Il Giornale. MASSIMO FINI

domenica 15 novembre 2009

mecenatismo e responsabilità sociale di impresa

Intervento di Mario Mazzoleni 16 Novembre 2009

- Sala Colonne Camera di Commercio di Milano –

Devo innanzitutto ringraziare gli organizzatori di questa serata per avermi permesso di rientrare tra i relatori, infatti inizialmente avevo dovuto declinare l’invito a prendere parte a questo incontro per un impegno pregresso all’estero preso nei confronti dell’associazioni laureati bocconi.

Con gli italiani all’estero si è convenuto di rinviare le riflessioni sulla situazione italiana e così mi è stato tolto un peso (all’estero non è facilissimo parlare di noi in questo momento) e mi si è data l’opportunità di riflettere con voi questa sera.

Confesso che di Mylius avevo sentito parlare poco prima di ricevere l’invito a partecipare a questo incontro, lo conoscevo come “mecenate” un po’ sui generis, l’avevo incontrato ascoltando un intervento del dottor Marco Vitale qualche tempo fa, ma la mia conoscenza si fermava a questi pochi contatti.

Ho anche fatto una certa fatica a trovare studi, tesi, riflessioni sulla Sua vita oltre alla pubblicazione di Marsilio a lui intitolata. Ma andando avanti nella ricerca gli spunti sono stati numerosi.

Visto il breve spazio di questa mia comunicazione proverò ad elencare i temi che mi sono venuti in mente per questa sera e poi mi dedicherò ad alcune brevi considerazioni stimolate appunto dalla rilettura della vita e dell’impegno di Mylius.

Il primo stimolo per riportare alla nostra esperienza attuale la biografia di Mylius mi è stato offerto da alcune considerazioni che si leggono quando i ricercatori sottolineano le difficoltà che il Nostro ha avuto nell’affermare le proprie idee, capacità, il proprio spirito innovativo e la propria volontà di innovare.

Si legge che le difficoltà nascevano dal fatto che fosse “troppo giovane”.

Mi è venuto naturale pensare alle mie studentesse e ai miei studenti, laureati magari con ottimi voti ma perennemente troppo giovani.

Troppo giovani per poter affermare le proprie capacità.

Troppo giovani per poter affrontare le sfide.

Troppo giovani per poter immaginare un vero lavoro.

Troppo giovani per poter sognare.

Non vado oltre perché lo spirito della serata per me deve essere orientato al positivo, ma certo credo sia sempre importante (oggi più che mai) impegnarsi perché le difficoltà all’affermazione dei giovani non siano una costante nel nostro Paese anche prendendo spunto da quello che la storia ci insegna rileggendo esperienze importanti rese difficili dalla diffidenza e dalla gestione su basi anagrafiche delle possibilità del fare.

Un secondo spunto Mylius me l’ha offerto rileggendo la componente “tecnica” della sua esperienza.

Che si parli di commercio con le innovazioni nel trade che ha introdotto nella sua prima fase di vita imprenditoriale, che si parli di organizzazione del lavoro e di razionalizzazione dei processi (come diremmo oggi) che ha realizzato nelle sue diverse esperienze imprenditoriali , che, infine si rifletta sulle diverse modalità attraverso le quali Enrico Mylius realizzava i suoi progetti, sempre ne ricaviamo numerosi spunti per parlare della modernità e, ancora una volta, della capacità innovativa che questo uomo lontano da noi per periodo storico ha saputo comunque realizzare.

Insomma, ci sarebbe da parlare a lungo del bisogno di innovazione reale e non dichiarata nel nostro sistema economico, di quell’esigenza di “sparigliare” che da un anno vado a suggerire ad ogni convegno confindustriale, di quella voglia di “provare il nuovo e il non previsto” di fronte ad una crisi che sostanzialmente cambia e ha cambiato il nostro modo di pensare la società e l’economia (i cui effetti prima o poi sapremo riconoscere e certamente finiranno oggetto di studi da parte degli storici in un futuro non troppo lontano). Ci sarebbero molti spunti da approfondire.

In questo caso il rischio sarebbe stato di annoiarvi (con richiami molto tecnici) o di finire con l’affrontare il tema in modo davvero molto superficiale.

Mi rimane il terzo spunto, quello che più facilmente viene evocato quando si parla di questo imprenditore, quello che spesso viene associato ad una parola un po’ fuori moda oggi nel nostro Paese, mecenate.

In un primo momento ho pensato di parlare di mecenatismo, poi ho provato a fare una verifica (non scientifica) ma sul campo, provando a chiedere ai miei studenti chi intendessero oggi come mecenate e, conseguentemente, come dovesse essere rappresentata oggi una vocazione mecenatistica.

Bene, in modo plebiscitario il mecenate ha un solo nome e cognome (non l’ho chiesto a studenti milanesi) Massimo Moratti e non per le opere che la famiglia fa in modo discreto in vari settori del sociale, no, si parla di mecenatismo per quell’assegno di un cento-centocinquantamilioni di euro che ogni anno il buon Massimo stacca per potere continuare a creare dispiaceri al nostro Presidente Sangalli con la Sua inter.

Questo plebiscito mi ha stoppato, mi ha portato a riflettere e mi ha spinto per questa sera ad allargare il concetto di base dal quale prendere spunto parlando di Mylius “mecenate”.

In fondo il mecenatismo non è altro che una vocazione sociale, un modo (o vari modi) attraverso i quali soggetti “illuminati” ritengono di doversi esporre personalmente per sostenere progetti sociali di varia natura e con varie caratterizzazioni (ovviamente ivi comprendendo anche quelle che portano a classificare come mecenate il presidente di una società sportiva…).

E qui nasce il breve spunto di riflessione della serata.

Oggi noi stiamo assistendo all’avvio di una nuova fase economica, siamo consapevoli che la crisi che stiamo sperando di lasciarci alle spalle ha modificato molti dei paradigmi sui quali abbiamo provato a sostenere lo sviluppo economico e sociale negli ultimi 20- 30 anni, ma la crisi ha (o spero abbia davvero) anche messo a nudo un tema centrale che prima della crisi era citato, ma forse più per moda che per consapevolezza.

Il tema della responsabilità sociale dell’impresa e, ovviamente, il tema della responsabilità di chi fa impresa (imprenditore e manager che sia).

Mylius nella sua esperienza personale è stato un imprenditore e una soggetto fortemente orientato in termini di responsabilità sociale, sia che orientasse il suo intraprendere alla durabilità (ossia al consolidamento delle strutture produttive o commerciali per garantire costante sviluppo alle imprese stesse e a chi vi fosse coinvolto), sia che si impegnasse in prima persona in ruoli istituzionali o a difesa di progetti di innovazione culturale o sociale.

Ebbene cosa potremmo dire oggi sul tema della responsabilità sociale di impresa e degli imprenditori?

Io credo che la prima cosa che si deve fare è prendere in mano il libro fondamentale per il nostro vivere civile (mi piacerebbe dire riprendere in mano, ma sempre per l’esperienza quotidiana con i miei studenti credo che questo libretto non sia tra i più conosciuti almeno tra le giovani generazioni e, temo dalle cose che si sento dire in giro, anche da quelli delle nostre generazioni). La costituzione.

I padri della Patria nel loro sforzo di sintesi dialettica per dare un futuro democratico e di sviluppo economico e sociale al Paese hanno saputo indirizzare l’attività economico-sociale (art. 41 e 42 più qualche richiamo nei successivi fino al 45) attraverso l’enunciazione di principi guida certamente in grado di farci sostenere anche oggi la necessità di investire in responsabilità sociale da parte dei nostri imprenditori o manager.

Vediamo di ricordare insieme cosa dice la costituzione italiana

  • L’iniziativa economica privata è libera
  • Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza. Libertà, dignità umana.
  • La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

E poi il 42 dice

· la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti

Io credo che rileggere Mylius associato alla carta fondamentale ci possa aiutare a riflettere sul bisogno di recuperare l’orientamento imprenditoriale (del fare impresa) secondo i principi della responsabilità che negli ultimi anni prima dello scoppio della grande crisi venivano associati alle teorie di Edward Freeman (la teoria dei portatori di interesse che in Italia già negli anni settanta il mio Maestro Carlo Masini – aziendalista cattolico illuminato e responsabile- cercava di insegnare dalla cattedra bocconiana e assumendosi difficili incarichi amministrativi-).

Abbiamo bisogno di riprendere in mano la teoria degli stakeholder, per realizzare un modo di fare impresa che possa trovare un corretto equilibrio tra lo sviluppo e la sostenibilità dello stesso, che possa riconoscere e realizzare gli obiettivi di remunerazione del capitale e di salvaguardia e dignità del lavoro (io a differenza del ministro Tremonti non penso al lavoro fisso per il futuro dei miei laureati o dei giovani, ma alla necessità di offrire loro la sicurezza di poter lavorare e attraverso il lavoro di poter sognare di costruire una vita reale e autonoma proprio come capitava a me quando avevo la loro età – togliere il sogno del costruire è un atto di incredibile irresponsabilità sociale ed economica che stiamo realizzando mese dopo mese -).

Ma responsabilità sociale (appunto come insegna la rilettura di Mylius) è anche farsi carico (oggi come allora, ma oggi in modi anche diversi di allora) della salvaguardia del proprio ambiente, sia l’ambiente rappresentato dalle istituzioni che chiedono sempre più impegno intelligente per il loro rilancio, sia che si parli dell’ambiente in senso stretto con l’impellente (e speriamo non troppo ritardata) esigenza di farsi carico degli scempi generati dalla nostra illusoria e folle idea della infinita dotazione di risorse naturali ( e come per fissare questo concetto un piccolo richiamo da milanese e una piccola dissertazione semi filosofica. Il richiamo nasce dalle ricerche degli ospedali milanesi che ci dicono come i nostri bambini siano ormai cronicamente raffreddati 365 giorni all’anno…..come pensiamo saranno i polmoni dei nostri ragazzi, nipoti, giovani tra 30 anni sempre che la medicina possa garantire loro di superare i danni che giorno dopo giorno creiamo al loro apparato respiratorio? E per il piccolo richiamo di pensiero vi cito un bel vecchio proverbio africano che dice “il mondo ci è stato dato in prestito dai nostri pronipoti: cerchiamo di renderglielo almeno simile a quello che abbiamo ricevuto in omaggio”).

Il tema della responsabilità sociale lo potremmo declinare parlando di istituzioni non solo come impegno personale al loro sviluppo, ma anche come rispetto delle regole civili e sociali (quanto pericoloso è il generale e diffuso senso di precarietà delle regole che si parli di fisco o si gare di appalto, che si parli di forme di rappresentazioni dei bilanci o si rifletta sulle dotazioni di sicurezza nelle nostre imprese?)

Quanto bisogno abbiamo di riaffermare un quadro comportamentale condiviso e diffuso?

Quanto bisogno abbiamo di rispetto delle regole e di sanzione per chi le regole non le rispetta?

Potrei continuare parlando di responsabilità di chi fa impresa verso gli altri che fanno impresa, dai concorrenti ai fornitori, dalle istituzioni creditizie a quelle di rappresentanza di interessi costituiti, ma non voglio tediarvi con la teoria della CSR.

Mi interessava sfruttare l’esperienza di Mylius per sottolineare come potremmo tutti noi coglierne il richiamo impellente di natura comportamentale (direi etica se il tema non fosse abusato e svilito dall’uso quotidiano che se ne fa) che questo signore di fine settecento ci ha tramandato e ci mostra attraverso un impegno di vita e di imprenditore davvero interessante e stimolante.

Io credo che mai come oggi avremmo bisogno di riporre al centro del nostro agire i richiami costituzionali dell’orientamento dialettico tra responsabilità economiche e sociali del fare impresa e del reggere ruoli manageriali.

Sono anche convinto che la nostra capacità di farci portatori di un rilancio delle tematiche sociali affiancate a quelle economiche rappresenterà una grande opportunità di crescita e di consolidamento del nostro modo di intendere la società e la civiltà.

In sostanza, mi ha fatto piacere riprendere Mylius per provare a riflettere insieme a voi sul tema della Responsabilità e del prendersi in carico le responsabilità ossia di ciò che a mio avviso rappresenta la più grande sfida che abbiamo di fronte in questo momento storico.